·

Cultura e Società

“Eucaristia mafiosa”: dibattito a Lamezia con l’autore Salvo Ognibene

Paolo Emanuele · 5 anni fa

Le tante sfaccettature della storia del rapporto tra organizzazioni mafiose e Chiesa Cattolica. Una storia fatta di silenzi, di mancate condanne, di singoli casi di sacerdoti che si sono messi a servizio delle cosche. E poi la Chiesa di Monsignor Pennisi, Don Giacomo Ribaudo, Monsignor Silvagni, Don Giacomo Panizza, Suor Carolina Iavazzo: preti e suore che in nome della fede hanno messo a rischio la propria vita per annunciare il Vangelo dell’amore e della giustizia contro ogni sopraffazione e violenza. Un percorso segnato da tappe importanti come il primo documento pastorale dei vescovi siciliani contro la mafia fino alla storica scomunica di Papa Francesco a Cassano allo Ionio e al documento scritto una settimana fa dai Vescovi calabresi, nel quale viene ribadito con forza che la ‘ndrangheta è “opera del Maligno” ed è assolutamente incompatibile con il Vangelo.

A raccontare questo percorso, Salvo Ognibene che ha presentato il suo libro “Eucaristia mafiosa: la voce dei preti” nei giorni scorsi alla Biblioteca Comunale di Lamezia Terme, nell’ambito di un’iniziativa organizzata dall’associazione “Work in progress” di Girifalco.

Un titolo “forte”, quasi provocatorio, che per l’autore vuole sottolineare ancora di più che “non si tratta di un attacco alla Chiesa, ma di un tentativo di svelare l’atteggiamento contraddittorio di chi dovrebbe annunciare il messaggio di amore e di giustizia di Cristo e poi si piega agli interessi e alle logiche delle cosche”.

Contributi di sociologi e magistrati come Enzo Ciconte e Nicola Gratteri, interviste a sacerdoti dei comuni dell’Aspromonte, inchieste in territori dove “il parrino” (parroco) è ancora il principale punto di riferimento di tutta la comunità. Nel presentare il suo libro, Salvo Ognibene evidenzia che “esiste una certa ambiguità nell’atteggiamento della Chiesa nei confronti delle organizzazioni mafiose. Le parole forti pronunciate dai vescovi calabresi rappresentano una tappa fondamentale, ma a queste devono seguire i fatti. Perché si continuano ad amministrare i sacramenti ai mafiosi quando molti sacerdoti sanno benissimo chi sono, in un territorio, i capi cosca e gli affiliati?” Per Ognibene “è arrivato il momento per la Chiesa di scegliere da che parte stare, di mettere da parte ogni ambiguità e valorizzare quella Chiesa fatta di uomini e donne, sacerdoti e suore che hanno preso posizione e hanno fatto del Cristianesimo, ognuno a modo proprio, uno strumento di lotta alle mafie.”

Sulla stessa linea, il giornalista de “Il fatto quotidiano” Lucio Musolino, autore del servizio che l’estate scorsa ha portato il comune di Oppido Mamertino sulle pagine dei principali giornali nazionali con l’inchino della statua della Madonna di fronte alla casa del boss locale. Per il cronista “se la Chiesa calabrese dice che la ‘ndrangheta è opera del maligno, allora deve avere il coraggio di dire che sono opere del maligno anche i soldi della ‘ndrangheta e le offerte per l’organizzazione delle processioni”. “Contro la mafia tutti abbiamo peccato di omissione, anche la nostra categoria dei giornalisti – ha aggiunto Musolino augurandosi che “con la scomunica pronunciata da Papa Francesco a Cassano si apra una nuova fase che veda la chiesa calabrese protagonista in prima linea della lotta alla mafia e alla mentalità mafiosa”.

Per Don Giacomo Panizza, “pur salvaguardando l’opera di misericordia che la Chiesa deve compiere nei confronti di tutti i peccatori, dobbiamo ricordarci delle vittime, che il sangue degli innocenti grida vendetta al cospetto di Dio”. Riguardo al documento pastorale dei vescovi calabresi, per il sacerdote lametino “ci propone molte sfide che dobbiamo essere capaci di mettere in atto. Basta cominciare dalle piccole cose: un sacerdote sospettato di avere legami con le cosche deve essere allontanato da una certa parrocchia e da un certo territorio. Solo così alle parole facciamo seguire i fatti”.