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Cultura e Società

Può un giornalista “tenere pura la sua vita”?

Paolo Emanuele · 6 anni fa

Può un giornalista “tenere pura la sua vita”?

Può un giornalista tenere “pura la sua via”? Prendiamo in prestito le parole di un salmo per introdurre la nostra riflessione su giornalismo, informazione ed etica nella settimana in cui si celebra il santo patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales, giorno in cui da tradizione il Papa invia il messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Non è semplice per chi fa il giornalista, per chi ha a che fare con il complicato mondo dell’informazione e della comunicazione, mantenersi “puro”, rimanere ancorato a valori e principi che siano al di sopra delle convenienze del momento. A un primo sguardo, infatti, questo mondo dove – come ci ricorda un film - “si fanno cose e si vede gente”, sembra muoversi secondo logiche opposte a quelle dell’etica e della moralità e, in particolare per gli operatori dell’informazione cristiani, secondo logiche nettamente contrarie a quelle evangeliche.

Chi si muove in questi campi, chi si agita per uscire per primo con lo scoop sensazionale o chi sgomita per entrare nell’ufficio stampa più potente, deve usare mezzi e comportamenti che il Vangelo condanna: la maschera al posto dell’autenticità, il servilismo nei confronti del potente di turno anziché il primato della coscienza, il sensazionalismo e la rappresentazione distorta della realtà al posto della verità.

Date queste premesse, si può parlare di una “via etica” alla professione giornalistica? Negli anni l’Ordine Nazionale dei Giornalisti ha messo insieme una serie di norme deontologiche, ai quali tutti gli iscritti all’Ordine devono attenersi, che fissano dei principi per regolare l’attività di chi fa informazione nei diversi ambiti e con i diversi mezzi. Sono noti, infatti, gli effetti sull’opinione pubblica di quella che gli studiosi hanno definito “agenda setting”, vale a dire “il potere dei media di decidere gli argomenti cui prestare attenzione e a cui dedicare spazio per cui maggiore è l'importanza che i media dedicano alla questione, maggiore è il riconoscimento pubblico che l'argomento presentato riceve.”

Da qui l’esigenza di fissare in alcune “carte deontologiche” delle norme vincolanti per gli iscritti all’Ordine, in aggiunta alle leggi nazionali che disciplinano il mondo dell’informazione. Dopo il protocollo d’intesa sul rapporto tra informazione e pubblicità, un passo importante nello sviluppo della deontologia giornalistica è segnato dalla Carta di Treviso del 1990, diventata legge nel 1991, il primo documento di autoregolamentazione deontologica che impegna i giornalisti a norme e comportamenti eticamente corretti nei confronti dei minori. Costituisce uno statuto completo della deontologia professionale, la Carta dei doveri del giornalista, sottoscritta dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa l’8 luglio 1993, che richiama alcuni principi etici fondamentali: il rispetto della persona, la non discriminazione, la correzione degli errori e la rettifica, la presunzione di innocenza, il divieto di pubblicare immagini violente o raccapriccianti, l’obbligo di tutelare la privacy dei cittadini e, in particolare, dei minori e delle persone disabili o malate. Seguono poi tutta una serie di documenti riguardanti alcuni settori specifici dell’informazione – dalla Carta di Perugia sull’informazione in campo sanitario alla Carta di Roma sull’informazione riguardante rifugiati, richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti – fino alle ultime due: la Carta di Firenze e la Carta di Milano. Queste ultime Carte toccano due temi fondamentali come la condizione lavorativa dei giornalisti, che sappiamo essere sempre più oggetto di precarizzazione e sfruttamento, e gli accorgimenti necessari da adottare quando l’informazione riguarda persone che hanno bisogno di una “particolare tutela”. Nella Carta di Firenze si afferma che “il primo diritto del giornalista è la tutela della sua autonomia che in caso di precarietà lavorativa, fenomeno sempre più espansione, è troppo spesso lesa da inadeguate retribuzioni, da politiche aziendali più attente al risparmio economico che ad investimenti editoriali e qualità finale del prodotto giornalistico.”. Nella Carta di Milano invece viene sottolineato il valore della dignità di quanti, per vari motivi, sono privati della libertà personale prescrivendo “ai giornalisti che trattano notizie concernenti carceri, detenuti o ex detenuti” di attenersi al "rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati".

Tirando le somme, riconosciamo che alla base della deontologia giornalistica c’è da un lato il riconoscimento della dignità inalienabile di ogni persona che ha il diritto di essere rispettata da chi fa informazione; dall’altro il richiamo alla responsabilità personale dell’operatore dell’informazione. In altri termini, alla fine è sempre chi scrive, chi riprende con una telecamera o chi registra, a decidere cosa fare, a decidere da che parte stare. Un po’come in ogni altro ambito della vita sociale. Per dirla con le parole di Indro Montanelli “la deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice e difficile parola: onestà. E’una parola che non evita gli errori; essi fanno parte del nostro lavoro. Perché è un lavoro che nasce dall’immediato e che dà i suoi risultati a tambur battente. Un giornalista che si attenga a questa regoletta in apparenza facile potrà senza dubbio sbagliare, ma da galantuomo. Gli sbagli generosi devono essere riparati, ma non macchiano chi li ha compiuti. Sono gli altri, gli sbagli del servilismo e del carrierismo – che poi sbagli non sono, ma intenzionali stilettate, quelli che sporcano”

Ed eccoci ritornare alla domanda iniziale: “può un giornalista tenere pura la sua via?” Le parole, i video, le immagini possono raccontare, denunciare, ridare speranza alle persone. Oppure possono distruggere, possono deresponsabilizzare per via quell’effetto distorto dei mezzi di informazione che, come denunciava Benedetto XVI, “tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, mentre invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri”. Ecco che alla fine dei giochi l’ultima scelta tra obiettività e faziosità, tra finzione e autenticità, tra strumentalizzazione e rispetto della dignità umana, spetta a ogni singola persona. Nel mondo dell’informazione, come nella vita.