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Vita diocesana

La meditazione di Mons. Monari al ritiro diocesano del clero

Paolo Emanuele · 4 anni fa

Dopo aver offerto l’olio votivo alla Madonna di Visora in Cattedrale, S.E. Mons. Monari, Arcivescovo di Brescia, ill 13 maggio, ha tenuto alla presenza dei presbiteri ed eccezionalmente dei seminaristi della nostra diocesi , la meditazione per il ritiro del clero. Di seguito se ne propone il testo completo Fulvio de Giorgi, storico, ha pubblicato recentemente una sua monografia su Paolo VI e l’ha intitolata: “Paolo VI, il papa del Moderno.” Nell’epilogo del volume scrive: “Paolo vi mise consapevolmente a tema il confronto della Chiesa cattolica con il Moderno, spinse per un rinnovamento pastorale che ponesse la Chiesa, in fedeltà al vangelo, nel cuore del Moderno, volle coscientemente e responsabilmente giungere a un vero e non superficiale incontro della Chiesa con il Moderno.” (743) La tesi del volume è dunque chiarissima: nella storia della Chiesa cattolica Paolo VI segna la svolta che può essere indicata come attenzione al moderno e al postmoderno, alla sfida di annunciare a questo mondo il vangelo di Gesù e il servizio della Chiesa. Già Giuseppe Lazzati aveva scritto: “…suo pensiero incalzante, sua preoccupazione viva è il colloquio con il mondo moderno.” (G. Lazzati)

Non è difficile collegare questo interesse primario di papa Montini con l’obiettivo del Concilio Vaticano II. Come per tutti i Concili, l’obiettivo era certo la riforma della Chiesa e cioè l’impegno di essere fedele alle sue origini, di ritrovare la sua identità nel modo più chiaro. Ma, diversamente dagli altri Concili, Giovanni xxiii aveva dato al Vaticano II l’obiettivo dell’aggiornamento. Si trattava, nelle sue parole, di esprimere il contenuto eterno della fede in modo tale che l’uomo di oggi potesse comprenderlo. “Al presente bisogna… che in questi nostri tempi l’insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi… occorre che questa dottrina certa e immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. Altro infatti è il deposito della fede. Cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione.” (Gaudet Mater Ecclesia, Discorso di inaugurazione del Concilio, 11-X-1962; n. 6)

Di fatto, il Concilio è ben consapevole del distacco che si è verificato tra la fede e la vita e cerca esattamente di superare questa distanza in modo che la fede possa realmente incarnarsi nella vita dell’uomo di oggi e non rimanere dottrina sterile; e d’altra parte la vita dell’uomo di oggi sia vivificata dalla fede e non rimanga ‘mondana’in senso deteriore. Di questo problema Paolo VI era ben consapevole da sempre, già quando ingaggiava le sue battaglie culturali nel contesto della vita universitaria – assistente della FUCI.

Gli anni dell’episcopato milanese avevano acuito questa coscienza. Paolo VI si era trovato davanti una città dove l’arte di lavorare e di guadagnare era ben conosciuta e praticata mentre era diventata obsoleta l’arte di pregare; come fare per riportare l’esperienza di fede nel cuore della coscienza dell’uomo contemporaneo? L’indizione della Missione Popolare cittadina era stata una risposta poderosa nella sua ideazione e realizzazione, nei mezzi usati per raggiungere tutti i milanesi: Due anni di preparazione; una Lettera Pastorale su “il senso religioso”. Tema: Dio Padre, per presentare una religione che non sia fondata sul timore ma sull’amore e sulla misericordia. Circa quindicimila conferenze (in chiese, oratori, fabbriche, cinema, uffici, musei, biblioteche, ospedali, carceri); invito personalizzato a ogni milanese con indicazioni concrete sui luoghi di evangelizzazione più comodi. Appello a tutte le categorie di persone (magistrati, giornalisti, cameriere, indossatrici, medici, calciatori, professori e studenti universitari, operai, industriali, militari, carcerati, tranvieri, albergatori…). Ingaggio dei migliori predicatori esistenti sul territorio nazionale (il cardinal Siri, il cardinale Lercaro, padre Turoldo, padre Lombardi, padre Balducci). Ma ancora più una chiarezza invidiabile sullo stile con qui il messaggio deve essere proposto: “La predicazione sarà espositiva e calda, non retorica e aulica; profonda catechesi più che intellettualistica apologetica; cordiale e amichevole, intimamente sentita dal predicatore, limpida e forte nelle dimostrazioni tratte dalle sorgenti vive della Bibbia e del magistero Ecclesiastico, pratica nelle conclusioni vive e attuali, sobria nella durata. Queste caratteristiche generiche emergono dallo studio della psicologia dell’anima milanese di oggi. La Missione di Milano risulta dunque: unitaria nei temi… elastica negli orari e nelle iniziative marginali; a tipo di grande catechesi permeante tutti gli strati; interiore e spirituale, non chiassosa ed esteriore.” Il risultato fu ambivalente. Da una parte Montini riconobbe che non si era riusciti a raggiungere i lontani; dall’altro la Missione diede una visione più realistica della situazione e permise di togliere illusioni pericolose: Siamo una minoranza! Confiderà l’arcivescovo a un suo stretto collaboratore, Giovanni Colombo, il quale commenterà: “Più che un’angoscia, nelle sue parole avvertii l’ansia di non trovare ancora. Le vie efficaci per risvegliare le forze cattoliche dal loro torpore… per far loro riguadagnare il terreno mal difeso o improvvidamente perduto…”

Alla radice di questa sfida sta da parte di Paolo VI un sincero amore e apprezzamento per il mondo: per il mondo come creatura di Dio e per il mondo come opera dell’uomo, frutto della sua ricerca, della sua operosità, del suo impegno. è un’osservazione di padre Bevilacqua: “Don Battista ama lo spirito creatore dell’uomo in tutti i suoi aspetti: arte, cultura, scienza, tecnica.” (p. Bevilacqua) Ci serve qui una pagina di quella straordinaria meditazione che è Pensiero alla morte: “Quanto a me vorrei avere finalmente un nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia; e com'era bello il panorama attraverso il quale si è passati; troppo bello, tanto che ci si è lasciati attrarre ed incantare, mentre doveva apparire segno e invito.Ma, in ogni modo, sembra che il congedo debba esprimersi in un grande e semplice atto di riconoscenza, anzi di gratitudine: questa vita mortale è, nonostante i suoi travagli, i suoi oscuri misteri, le sue sofferenze, la sua fatale caducità, un fatto bellissimo, un prodigio sempre originale e commovente, un avvenimento degno d'essere cantato in gaudio e in gloria: la vita, la vita dell'uomo!Né meno degno d'esaltazione e di felice stupore è il quadro che circonda la vita dell'uomo: questo mondo immenso, misterioso, magnifico, questo universo dalle mille forze, dalle mille leggi, dalle mille bellezze, dalle mille profondità. E' un panorama incantevole. Pare prodigalità senza misura. Assale, a questo sguardo quasi retrospettivo, il rammarico di non aver osservato quanto meritavano le meraviglie della natura, le ricchezze sorprendenti del macrocosmo e del microcosmo. Perché non ho studiato abbastanza, esplorato, ammirato la stanza nella quale la vita si svolge? Quale imperdonabile distrazione, quale riprovevole superficialità! Tuttavia, almeno in extremis, si deve riconoscere che quel mondo, "qui per Ipsum factus est", che è stato fatto per mezzo di Lui, è stupendo. Ti saluto ti celebro all'ultimo istante, sì, con immensa ammirazione; e, come si diceva, con gratitudine: tutto è dono; dietro la vita, dietro la natura, l'universo, sta la Sapienza; e poi, lo dirò in questo commiato luminoso, (Tu ce lo hai rivelato, o Cristo Signore) sta l'Amore!”

Questo atteggiamento appare anche nella sua prima enciclica (“Ecclesiam Suam”) nella quale Paolo VI ha espresso il senso che intendeva dare al suo servizio pontificale, un servizio fatto di ammirazione, di dialogo, di confronto leale (cioè senza ambiguità e diplomazie) ma sincero che suppone la stima per l’altro. Secondo questa lettera sono tre le vie attraverso cui la Chiesa avrebbe dovuto camminare: La coscienza di se stessa, della propria origine e della propria missione nel mondo. Il rinnovamento di cui la Chiesa aveva bisogno «per essere santa, per essere forte, per essere autentica». Il dialogo, cioè il modo con cui essa avrebbe dovuto evangelizzare il mondo contemporaneo e concepire la sua attività ministeriale e la sua missione apostolica. L’attenzione al mondo, lo stupore per la grandezza dell’uo0mo e delle sue realizzazioni conducono facilmente al discorso con cui Paolo VUI ha concluso il Concilio il 7 dicembre 1965: “La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.

Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette.

Su questa linea che Paolo VI ha cercato di operare per una trasformazione della Chiesa che la ponesse all’altezza dei tempi. Un’impresa difficile tanto che uno psicologo americano l’ha paragonata a un taglio di capelli fatto a un leone appisolato[1].

Ma perché? Qual è il problema sul quale tanti sforzi si arenano? Forse serve muovere da una citazione di Pascal, uno dei suoi pensieri. “Noi voghiamo in un vasto mare, sospinti da un estremo all’altro, sempre incerti e fluttuanti. Ogni termine al quale pensiamo di ormeggiare e fissarci vacilla e ci lascia; e, se lo seguiamo, ci si sottrae, scorre via e fugge in un’eterna fuga.” (Pascal, Pensieri) Sembra che Paolo Vi avesse davanti queste parole quando diceva ai collaboratori laici della Missione: “Siamo tutti navigatori sbattuti dalle onde e se anche siamo partiti mettendo il timone sulla buona rotta, la vita è così varia, così prepotente, così attraente che siamo facili tutti a sbandare e una volta ogni tanto abbiamo bisogno di convertirci al termine al quale siamo rivolti.” (26 aprile 1956) Il pensiero ritornerà dieci anni dopo in un incontro col Sacro Collegio: “La barca di Pietro naviga in un mare agitato; tutto si muove, tutto è problema.” (24 giugno 1965) Si tratta della percezione che il cambiamento è una cifra fondamentale dell’esperienza contemporanea e che non basta conoscere accuratamente la situazione attuale per sapere risponderle perché, quando, completata l’analisi, si inizia a impostare correttamente la risposta, la situazione è, poco o tanto, cambiata e si è costretti a ricominciare daccapo con la frustrazione di arrivare sempre dopo. Bisogna riuscire a determinare il cambiamento, a diventarne protagonisti, ad avere le chances migliori per costruire il mondo di domani. Due mesi prima di morire, in un discorso all’Angelus, Paolo VI abbia delineato non i contenuti dottrinali cui rimanere fedeli (contenuti sui quali non ha mai avuto il minimo dubbio!) ma gli atteggiamenti con cui si deve stare nel tempo, di fronte agli incessanti cambiamenti: “Tempi forti noi viviamo a giudicare dalle vicende della vita pubblica, che presenta problemi nuovi e gravi nello svolgimento all’apparenza normale delle sue vicende, ma molte di esse segnate dai sintomi della instabilità e dalla incertezza. Ma così è la vita presente. Vi è chi si adatta senza reagire, badando ai propri interessi particolari. Noi cristiani, invece? Noi non dobbiamo perdere il senso del tempo, e cioè conservare nella successione degli avvenimenti, dapprima la fiducia; la fiducia nella simultanea assistenza dell’azione provvida e buona della Provvidenza, che vigila sulle nostre cose, e sa trarre da ogni situazione conseguenze propizie al nostro bene superiore. Avere cioè un ottimismo galleggiante sulle onde, spesso tempestose della nostra immediata e anche non lieta esperienza. “Dio, ammonisce san Paolo, non permetterà che siamo tribolati oltre le nostre possibilità.” (1Cor 10,13) E, in secondo luogo, fortezza noi dobbiamo avere nei casi incerti ed avversi del nostro cammino nel tempo. Il tempo presente è la palestra delle nostre virtù; non dobbiamo vivere nel timore e nella pigrizia, ma dobbiamo interpretare le difficoltà della vita come un esercizio di fedeltà, di costanza, di pazienza. “Con la vostra pazienza, ha detto il Signore, voi sarete padroni della vostra vita.” (Lc 21,19). La vita esige coraggio.” (18 giugno 1978, Angelus) Non so se vado oltre le intenzioni di Paolo VI, ma credo che questa sia la via da esplorare e da percorrere: si tratta prima di tutto di costruire l’uomo cristiano e sarà l’uomo cristiano a cogliere le opportunità di una cultura cristiana sempre in grado di rinnovarsi e di rigenerarsi.

Ma su quali basi Paolo VI ha immaginato questo uomo cristiano? Il primo elemento chiarissimo in lui è il cristocentrismo. Decisiva, a questo proposito, è la splendida omelia che Egli ha offerto a Manila il 29 novembre 1970 che sarebbe da leggere integralmente. C’è, nelle sue parole, lo sguardo amoroso del contemplativo e nello stesso tempo la riflessione pensosa dell’uomo di cultura che sa vedere il mondo con le sue contraddizioni e sa quanto sia difficile per questo mondo accogliere totalmente Cristo: “Cristo! Sí, io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo: «Guai a me se non proclamassi il Vangelo!» (1 Cor. 9, 16). Io sono mandato da Lui, da Cristo stesso, per questo. Io sono apostolo, io sono testimonio. Quanto più è lontana la meta, quanto più difficile è la mia missione, tanto più urgente è: l’amore che a ciò mi spinge (Cfr. 2 Cor. 5, 14). Io devo confessare il suo nome: Gesù è il Cristo, Figlio di Dio vivo (Matth. 16, 16); Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito d’ogni creatura, è il fondamento d’ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; Egli è nato, è morto, è risorto per noi; Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza; è Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità. Io non finirei più di parlare di Lui: Egli è la luce, è la verità, anzi: Egli è «la via, la verità e la vita» (Gv. 14, 6); Egli è il Pane, la fonte d’acqua viva per la nostra fame e per la nostra sete; Egli è il Pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Come noi, e più di noi, Egli è stato piccolo, povero, umiliato, lavoratore, disgraziato e paziente. Per noi, Egli ha parlato, ha compiuto miracoli, ha fondato un regno nuovo, dove i poveri sono beati, dove la pace è principio di convivenza, dove i puri di cuore ed i piangenti sono esaltati e consolati, dove quelli che aspirano alla giustizia sono rivendicati, dove i peccatori possono essere perdonati, dove tutti sono fratelli. Gesù Cristo: voi ne avete sentito parlare; anzi voi, la maggior parte certamente, siete già suoi, siete cristiani. Ebbene, a voi cristiani io ripeto il suo nome, a tutti io lo annuncio: Gesù Cristo è il principio e la fine; l’alfa e l’omega; Egli è il Re del nuovo mondo; Egli è il segreto della storia; Egli è la chiave dei nostri destini; Egli è il mediatore, il ponte, fra la terra e il cielo; Egli è per antonomasia il Figlio dell’uomo, perché Egli è il Figlio di Dio, eterno, infinito; è il Figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, sua madre nella carne, e madre nostra nella partecipazione allo Spirito del Corpo mistico. Gesù Cristo! Ricordate: questo è il nostro perenne annuncio, è la voce che noi facciamo risuonare per tutta la terra (Cfr. Rom. 10, 18), e per tutta la fila dei secoli (Rom. 9, 5). Ricordate e meditate: il Papa è venuto qua fra voi, e ha gridato: Gesù Cristo!” Ma accanto a questa parte, che molti conoscono, Paolo VI ha pronunciato la seconda parte, meno nota. Il cristianesimo, dice, “può essere salvezza anche a questo livello terreno ed umano. Cristo ha moltiplicato i pani anche per la fame fisica delle folle che lo seguivano. E Cristo continua a compiere questo miracolo per quelli che davvero credono in Lui, e da Lui desumono i principi d’un ordine sociale dinamico, cioè in via di continuo rinnovamento e progresso. Cristo, ad esempio - voi lo sapete - promulga perennemente il suo grande e sommo precetto della carità. Non esiste alcun fermento sociale più forte e più buono di questo, sia positivo, per mettere in moto energie morali incomparabili e inestinguibili, sia negativo, per denunciare ogni egoismo, ogni ritardo, ogni dimenticanza a danno dei bisogni altrui. Cristo proclama l’eguaglianza e la fratellanza di tutti gli uomini: chi mai, se non Lui, ha insegnato e può tuttora efficacemente insegnare tali principi, di cui la rivoluzione, mentre se ne giova, li rinnega; se non Lui, diciamo, che ha svelato la Paternità divina, vera e inoppugnabile ragione della fraternità umana? E la libertà autentica e sacra dell’uomo donde deriva se non dalla dignità umana, di cui Cristo si è fatto maestro e vindice? E chi, se non Lui, ha reso disponibili i beni temporali, quando ha tolto ad essi la ragione di fine e li ha dichiarati mezzi, mezzi che devono, in qualche misura, a tutti bastare, e mezzi inferiori ai beni superiori dello spirito? Chi, se non Cristo, ha messo nel cuore dei suoi il genio dell’amore e del servizio per ogni sofferenza e per ogni bisogno dell’uomo? Chi ha dato al lavoro la sua legge di diritto e di dovere e di provvidenza, la sua dignità che lo fa risalire a cooperazione e compimento del disegno divino, la sua liberazione da ogni forma inumana di servitù, la sua mercede di giustizia e di merito?”

Sembra che quando deve parlare di Cristo Paolo VI diventi anche poeta, trovi parole affascinanti come nella bella preghiera che chiude una lettera pastorale del 1955:

O Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:per vivere in Comunione con Dio Padre;per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario,o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,per scoprire la nostra miseria e per guarirla;per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,per conoscere il senso della sofferenzae per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,lungo il cammino della nostra vita faticosa,fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso,con Te benedetto nei secoli.

L’ottica con cui Montini pensa e vive il riferimento a Cristo emerge con chiarezza in alcune parole rivolte al clero ‘missionario’: “Quando vogliamo essere pii e manifestare sentimenti autentici, vivi e personali di religione, andiamo in cerca di devozioni – di cui non discuto né la legittimità né la bellezza – oppure attingiamo la religione alle sue genuine fonti?... La nostra religione allora si esprime nelle formulette facili che mettiamo su tutti i bollettini…. Forse andiamo anche più in là, riducendo i grandi misteri di Dio – come quello della Provvidenza – a delle bottegucce utilitarie, che rendono quattro soldi e fanno dei miracoli a buon mercato. E diamo questa religione al popolo nostro e al nostro tempo, senza avvertire che intorno a noi c’è dell’irreligiosità proprio perché non si vede la maestà della Fede e la grandezza dei nostri sentimenti. Noi dimentichiamo che l’uomo moderno fa più fatica a curvarsi davanti ai mille lumi di cui abbiamo riempito le nostre chiese, che davanti al Dio vivo che gli dovremmo presentare…E’più difficile parlare agli uomini del nostro tempo ripetendo le devozioncelle con cui abbiamo appesantito – piuttosto che arricchito – la nostra pietà che parlare del Cristo… e di Dio, che si fa a noi Padre… Non sostituiamo la piccola religione alla grande.” è in questa linea che si muove anche la Marialis Cultus che intende arricchire il culto mariano inserendolo il più profondamente possibile nel mistero della salvezza in Cristo.

All’amore di Cristo bisogna accostare immediatamente l’amore per la Chiesa che è stato, per Paolo VI, il modo concreto di servire il Signore, di incontralo nell’esistenza quotidiana. Tutti conosciamo il lavoro di Montini in Segreteria di Stato, poi a Milano, poi Papa; e l’immagine che viene spontanea è quella di una carriera di successo ecclesiastico. Ed è vero, ma alcune cose fanno riflettere. Il fatto, ad esempio, che nel 1954, quando viene eletto arcivescovo di Milano, dopo trent’anni passati in Vaticano e i posti di eccellenza occupati, Montini non fosse ancora vescovo. Siamo costretti a riconoscere che la carriera ecclesiastica non era il suo obiettivo. Ma ci sono altre cose da osservare.

Nel 1933 mons. Montini dà le dimissioni da assistente nazionale della FUCI. Era proprio ‘tagliato’per questo servizio, per gli stimoli culturali ai quali era particolarmente sensibile, per l’opportunità di diffondere il vangelo, di animare una cultura cattolica a largo raggio. A quel servizio si era dedicato con tutta la sua energia introducendo gli universitari cattolici al mistero di Cristo nella liturgia, allo studio approfondito di san Paolo, alla riflessione teologica rigorosa. Ma a qualcuno l’opera di Montini non garbava, il successo stesso ottenuto presso gli studenti dava ombra. Le accuse raggiungono i vertici della Chiesa romana e Montini ritiene necessario fare un passo indietro; lo fa con grave sofferenza, ma anche con libertà interiore. Scrive al vescovo di Brescia: “Passati alcuni giorni da questi fatti che mi hanno profondamente commosso, mi torna ancora spontanea la fiducia che la rettitudine con cui da ogni parte si lavora debba portare a più proficue intese, e se a ciò potesse giovare questo mio brusco congedo, io ne sarei molto contento per l’opera che ho cercato di servire e per quelli che vi hanno mosso, certo in buona fede, tanta contrarietà.” Colpiscono alcune cose in queste parole: anzitutto il riconoscimento della buona fede anche di coloro che lo hanno combattuto; poi il primato riconosciuto alla missione da compiere più che all’onore da mietere. L’innamorato non si preoccupa delle sue umiliazioni; gli interessa solo che la sua amata sia bella e nobile e gioiosa. Detto con le parole della lettera ai Filippesi: “Purché in ogni maniera Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene.”

All’inizio del 1955 mons. Montini fa ingresso a Milano come arcivescovo. Da subito si danno due diverse interpretazioni di questa nomina. La prima: il Papa ha voluto fargli fare un’esperienza pastorale importante perché sia più pronto a succedergli; la seconda: è stato allontanato da Roma perché le sue posizioni non coincidevano con quelle prevalenti nella curia. Qualche mese dopo Montini scrive: “Di solito, nessuno gode della conquista di condizioni conformi ai propri sogni e ai propri piani; circostanze provvidenziali cambiano il programma pratico della nostra vita; e bisogna alla fine amare e servire quella forma di vita che le vicende provvidenziali del nostro pellegrinaggio ci impongono.” Non c’è dubbio: il ministero a Milano non era nelle sue previsioni e nei suoi sogni. E tuttavia era nei piani della Provvidenza e Montini lo riconosce: non solo accetta ma ama la condizione in cui è stato messo e trasforma questo amore in un servizio indefesso. Basta elencare le cose che Montini ha fatto a Milano per capire che non ha considerato quel ministero come un intervallo di riposo, ma che si è dedicato con tutto se stesso alla sfida di annunciare il vangelo agli uomini d’oggi. Conoscerà delusioni, prenderà atto degli insuccessi, ma non perderà mai la voglia di inventare vie sempre nuove perché il vangelo giunga a tutti. Quando è la Chiesa che mette una catena, l’accetto e la bacio.

Voglio aggiungere anche un richiamo alla pubblicazione della Humanae Vitae sul “gravissimo dovere di trasmettere la vita umana.”, che qualcuno ha definito un ‘suicidio’di Paolo VI, il crollo della sua popolarità e l’inizio di critiche feroci. Era il 25 luglio 1968. Il mondo della comunicazione dà risalto quasi unicamente alle voci dissenzienti e il Papa si trova in mezzo a una tempesta che oggi facciamo fatica a immaginare in tutta la sua virulenza. Naturalmente non è l’unico caso in cui Paolo VI ricevette non solo critiche, ma anche offese e insulti. Ma ciò che stupisce e desta ammirazione è la sua reazione: “Non meravigliarsi di nulla, non lasciarsi abbattere da nulla di quanto può essere motivo di dispiacere o di dolore. Giudizio chiaro, sereno, benevolo. Come se fosse cosa naturale che ciò avvenga… Chi è in alto è visto, criticato, giudicato da tutti… D’altra parte la persona responsabile… non deve uniformare la propria condotta… al gusto del pubblico, né deve temere l’impopolarità per compiere la propria funzione.” Anche questa è una catena dura e inflessibile. Paolo VI ha ritenuto suo dovere parlare come ha parlato. Sapeva che non gliene sarebbe venuto bene: già prima la questione era stata trasformata in occasione di accuse. Ma sentiva di dovere parlare così e ha parlato così; il ministero petrino glielo chiedeva e non intendeva evadere da questa responsabilità.

Sono giustamente famose le parole del Pensiero alla morte: “Prego pertanto il Signore che mi dia grazia di fare della mia prossima morte dono d'amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla.”

Di fronte a testi come questo – e quelli cristologici che abbiamo riportato sopra – non è difficile parlare di un Paolo VI mistico. E viene in mente quello che egli stesso dice dell’eredità spirituale ricevuta dai suoi genitori: “A mio padre devo gli esempi di coraggio, l’urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola: essere un testimone. Mio padre non aveva paura. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione che è preghiera e della preghiera che è meditazione. Tutta la sua vita è stata un dono. All’amore di mio padre e di mia madre, alla lor unione, devo l’amore di Dio e l’amore degli uomini.” Basti questo a sfatare la falsa idea di un Paolo VI ‘freddo’nei sentimenti. è vero che Paolo VI è una persona riservata, rispettosa degli altri e quindi poco incline a scaricare sugli altri i propri sentimenti; ma il cuore lo ha caldo e affettuoso. Ne sono testimonianza anche numerosi gesti che chiameremmo ‘simbolici’e che possono nascere solo in un cuore innamorato. è questa una delle caratteristiche più attraenti di Paolo VI. Posso ricordarne naturalmente solo alcuni.

Prima messa episcopale a Roma tra i bambini poliomielitici di don Gnocchi; si recò all’altare stringendo tra le braccia un mutilatino che lo aveva salutato all’ingresso e fatica a camminare.

Ingresso a Milano (gennaio 1955): Quando arriva al confine della diocesi, fa fermare la macchina, scende, s’inginocchia tra il fango e bacia la terra milanese.

Prima Messa di Natale alla periferia di Milano in una baracca.

“Una notte un operaio muore travolto dalla colata dell’altoforno. I compagni allestiscono la camera ardente e l’Arcivescovo si presenta da solo in semplice veste, chiede di pregare. Si ferma fino all’alba. ‘Vorrei restare ancora con voi’, dice, deponendo la croce pastorale tra le mani dell’operaio morto.” (da Sicari)

14 dicembre 1975, decimo anniversario dell’annullamento delle scomuniche fra Oriente e Occidente; Paolo Vi celebra nella Cappella Sistina alla presenza di una delegazione inviata dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli (Dimitrios I) e guidata dal metropolita di Calcedonia, Melitone. Al termine della celebrazione, all’uscita dalla cappella, si ferma, consegna la croce pastorale e la mitria ai cerimonieri, poi s’inginocchia a baciare i piedi del Metropolita. Il gesto, pensato a lungo e ‘pregato’, voleva richiamare il Concilio di Firenze nel quale i patriarchi ortodossi si erano rifiutati di baciare i piedi al Pontefice. Gesto tremendum (Melitone), espressione del “dono d’immaginazione” sul piano ecumenico. (O. Cullmann)

Tutti questi gesti sono segni di un’immaginazione spirituale ricca che si coniuga con un desiderio immenso di compiere in pienezza il suo ministero; non basta fare le cose che la tradizione assegna alla responsabilità di un vescovo, di un Papa. Bisogna inventare, o meglio cogliere quello che lo Spirito suggerisce nelle diverse situazioni, il modo migliore di rappresentare il servizio di Cristo.

Come ho detto all’inizio, Paolo VI ha avuto chiarissima la percezione di un passaggio culturale che stiamo vivendo e ha colto la necessità che la Chiesa affronti questo passaggio con coraggio ma anche con lucidità, cercando e attuando le riforme necessarie perché il messaggio di Cristo possa risplendere col massimo di chiarezza. Il problema è che siamo passati da una cultura normativa a una cultura empirica (sto prendendo da Lonergan) Per cultura normativa (classica) s’intende una cultura che ha una idea chiara, distinta e completa ciò che l’uomo è, di ciò che l’uomo deve conoscere, pensare e fare se vuole diventare una persona matura, compiuta; questa cultura ha un canone al quale l’uomo, crescendo, cerca di conformarsi perché quanto più la sua vita si avvicina a quel canone, tanto più si allontanerà da una condizione di barbarie, tanto più egli potrà essere definito ‘umano’. Da questa visione della completezza umana si potevano ricavare (cioè: dedurre logicamente) una serie di idee, di percorsi da offrire perché l’uomo crescesse armonicamente verso la saggezza e la giustizia. Una cultura empirica, invece, procede in modo diverso: per lei l’uomo, anziché un concetto già definito è, almeno in parte, un’incognita da scoprire, una possibilità da esplorare. E per scoprirla parte dalle esperienze della vita quotidiana, cerca di comprenderle collegandole intelligentemente le une con le altre; cerca poi di valutarle attraverso un giudizio critico; sulla base del giudizio sceglie un’opzione rispetto ad altre opzioni possibili e lo fa cercando di distinguere il bene dal male, il bene apparente dal bene reale, il bene particolare, proprio, dal bene comune e così via. Questo processo culturale non parte mai da zero, ma parte da quella sintesi di cultura che l’uomo ha raggiunto in un certo tempo e in certo spazio. Solo che il patrimonio culturale ricevuto dalle generazioni precedenti non è accettato come fosse una norma fissa cui conformarsi (un ideale consolidato), ma come un dato da capire e criticare e correggere e arricchire in un processo che, per sua natura, non sembra avere fine. Il passaggio da una cultura classica normativa a una cultura empirica creativa richiede attenzione, intelligenza, creatività, coraggio, pazienza, saggezza, perché si tratta di rifondare tutta una serie di convinzioni che all’interno di una cultura classica potevano essere date per scontate. La confusione di valori della quale siamo testimoni, a volte infastiditi a volte anche impauriti, ne è il segno evidente e inquietante. Non è che i valori non esistano più, ma non sono più fermi, stabili; nascono valori nuovi, si dimenticano valori che sembravano consolidati, cambia continuamente la scala dei valori. I rischi di questo passaggio non sono pochi e non sono dappoco. è facile, come si dice, gettare il bambino con l’acqua sporca quando tutti i punti di riferimento diventano relativi. Può capitare di bruciare persone e istituzioni con aperture improvvide, affermazioni infondate, mode illusorie e così via. Ma tant’è: questo è il mondo in cui Dio ci ha messo a vivere ed è in questo mondo che dobbiamo pedalare cercando di non farci prendere né dall’impazienza, né dalla paura, né dalla vertigine. In questo contesto l’annuncio del vangelo richiede di comprendere intelligentemente quanto sta succedendo e cercare di rispondere alle sfide del tempo in modo costruttivo, in modo cioè che le trasformazioni vadano nella linea di una migliore realizzazione delle potenzialità umane, verso un uomo più intelligente, più critico, più responsabile, più buono, più coerentemente aperto a Dio. Paolo VI ha operato in questa linea e sarebbe interessante vedere le consonanze che si ritrovano nella Evangelii Gaudium di papa Francesco (vedi n. 222). A noi tocca continuare questo cammino con fiducia incrollabile nella provvidenza di Dio e con coraggio di fronte a tutte le potenze del mondo.

Termino con un’ultima citazione del Pensiero alla morte: “L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più ancora che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo, affinché la Provvidenza possa manifestarsi e trarre la Chiesa a migliori fortune. La Provvidenza ha, sì, tanti modi d’intervenire nel gioco formidabile delle circostanze, che stringono la mia pochezza; ma quello della mia chiamata all’altra vita pare ovvio, perché altri subentri più valido e non vincolato dalle presenti difficoltà. Sono servo inutile.” Paolo vi sembra ritenere che la sua morte possa essere utile alla Chiesa e, per questo, accoglie il pensiero della morte ormai imminente con serenità, quasi con gioia. è l’ultimo dono che può fare alla Chiesa, il dono supremo che concentra come in un gesto unico i mille desideri, le tante occupazioni, i progetti e i programmi vari del ministero. L’ultimo strappo della catena oltre il quale si aprirà finalmente la libertà: “Vorrei fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa… Non la lascio [la Chiesa], non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo; la morte è un progresso nella comunione dei santi…. Amen. Il Signore viene. Amen.”

[1] “Paolo VI ha attraversato quindici difficili anni, il cuore della transizione vaticana e può essere considerato il Papa più straordinario del secolo. Egli ha capito che trasformare un’istituzione come la Chiesa Cattolica era il più delicato dei compiti. Richiedeva l’arte pastorale logorante di incoraggiare il cambiamento tenendo nello stesso tempo saldo il timone, qualcosa come tagliare i capelli a un leone assopito.” (E. Kennedy, psicologo)