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Il Vangelo della domenica

Riflessione alla liturgia della XII Domenica del Tempo Ordinario

Paolo Emanuele · 5 anni fa

In questa dodicesima domenica del tempo ordinario la liturgia della Parola ci presenta Dio quale Creatore del cielo e della terra e il Signore dell'universo. Egli ha creato il mare e quanto esso contiene. Egli ha dato ad esso i limiti della sua forza. Qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde. Il Dio di Abramo è il Signore. Anche se l’uomo non comprende il perché ed il come, il quando ed il dove perché mistero del Dio Creatore e Signore, egli sa che ogni cosa è nelle mani del suo Dio.

Così, Giobbe: nella prima lettura viene mostrato alle prese con una grande prova personale che lo spinge a confrontarsi con il mistero del Dio Creatore e Signore dell’universo. Egli non comprende il perché della prova; egli non deve comprendere, anzi, deve affidarsi totalmente a Dio. è la fede: il Dio Creatore del mondo è Signore della sua vita. Egli è quel Dio che ha fissato al mare il suo limite, quando lo ha creato. Anche il Vangelo offre questo insegnamento, manifestando però che Gesù, il Figlio di Maria, è il Signore, lo stesso Dio cui Giobbe deve affidarsi.

Gesù è Signore sul visibile e sull'invisibile, sullo spirito e sul corpo, sulla malattia e sugli spiriti immondi, sulla morte. Egli è l’Unigenito Figlio di Dio. Egli è Onnipotente come il Padre suo che è nei cieli. Egli parla in suo nome. Io te lo ordino. Io ti dico. Io lo voglio.

è grande il mistero di quest’uomo. Ma quest’uomo è Dio. Egli agisce da Dio e da Dio opera. Egli è venuto sulla terra per fare ogni uomo un uomo nuovo, creatura nuova. Egli è venuto a liberare l’uomo dal suo peccato che lo rende vecchio nel cuore e nello spirito, nell’anima e nel corpo. Non solo. L’uomo è nella morte. Egli è morto a causa del peccato. è morto alla vita eterna, alla giustizia, alla santità, alla giustificazione, alla figliolanza adottiva, alla risurrezione gloriosa. Cristo è venuto per rendere l’uomo vivente in Dio, per farlo figlio del Padre suo ed erede della beata speranza. Egli è il nuovo uomo, il nuovo Adamo. Ad immagine della sua novità ogni uomo deve rifarsi. Ma la sua novità è la giustizia, la misericordia, la figliolanza, la rettitudine del cuore. La sua novità è l’obbedienza piena e perfetta al Padre suo che è nei cieli. Ma Cristo è anche venuto per fare nuove tutte le cose. Oggi Egli opera in novità di vita. L'obbedienza è novità. La croce è novità. Obbedienza e croce maturano il frutto della risurrezione gloriosa. La risurrezione è il nuovo di Dio per l'ultimo giorno, quando il Signore Gesù, quest'uomo, chiamerà ciascun uomo e lo risusciterà dalla polvere. è la Signoria che nessuno gli potrà rapire o usurpare, perché risuscitare i morti non è opera dell'uomo, ma solo potenza del Signore Gesù. Novità assoluta la risurrezione! Per essa l'uomo è pienamente creatura nuova. Il suo corpo è ad immagine del corpo spirituale del Signore risorto. La potenza del male infrangerà il suo orgoglio fino al limite della morte. Ma la potenza di Dio respingerà la morte nella risurrezione. Egli è il Signore. è Dio. è Creatore del cielo e della terra, Cristo Gesù, il Verbo ed il Messia di Dio, venuto nel mondo per la salvezza e la risurrezione gloriosa di ogni uomo. A motivo di ciò, come San Paolo attesta nella seconda lettura, “l’amore di Cristo spinge” (cf. 2Cor 5,14). Con queste parole, l’Apostolo fa comprendere qual era la molla segreta della sua vita di santo, di pastore e di apostolo. Esse possono essere pronunciate da tutti coloro che vogliono vivere fino in fondo l’amore di Cristo.

Che cosa portava San Paolo a sentirsi afferrato e totalmente posseduto dall’amore di Cristo? Come questo amore aveva potuto diventare in modo così totale il centro propulsore di tutto il suo agire? Lo dice egli stesso nelle parole seguenti: si sentiva così “spinto” in modo quasi irresistibile “al pensiero che uno” – cioè Cristo – “è morto per tutti” (2Cor 5,14).

Cristo, Agnello innocente, col sacrificio di se stesso, ha dato la vita all’intera umanità morta per il peccato. Se “uno è morto per tutti”, dunque “tutti sono morti” (2Cor 5,14); e grazie alla morte di questo “uno”, essi ricuperano la vita. Come Cristo è morto per ogni uomo, così ogni uomo deve “morire“: “morire al peccato” (Rm 6,11), conforme a Gesù nella morte (cf. Fil 3,10; cf. 2Cor 4,10), “sepolto insieme con Lui nel Battesimo” (cf. Col 2,12; Rm 6,4). Morire al peccato vuol dire che non si deve più vivere per se stessi, ma per Colui che è morto e risuscitato da morte per la vita di ogni uomo (cf. 2Cor 5,15). Il ripiegamento egoistico su se stessi è un modo illusorio per difendere i propri interessi vitali, i quali viceversa sono veramente garantiti proprio nel momento in cui, in Cristo, si è disposti a “morire” per i fratelli.