·

Cultura e Società

Trasfigurare, voce del Verbo. Per ricordare l’oltre che ci libera

Paolo Emanuele · 4 anni fa

Gli uomini della città di oggi vorrebbero restar anonimi, scomparire, ma allo stesso tempo sono ossessionati dai dettagli della vita degli altri. Guardano le cose e le persone, con una curiosità morbosa. L’occhio dell’altro diventa una presenza invadente. Un antico detto orientale dice “Le rughe sul proprio volto sono le ferite degli occhi degli altri”. Che sguardo può avere e dare la Chiesa alla città di oggi? Sarà uno sguardo di vicinanza, di compassione. Uno sguardo che ha il tempo di fermarsi e di commuoversi tutte le volte in cui è rapito dalla presenza degli altri. Saper guardare per cercare bellezza. Saper guardare per stupirsi del bene che può emergere in ogni persona. Trasfigurare è la voce del Verbo, del Figlio di Dio che ha uno sguardo “altro” sulla realtà dell’umano, del mondo e della storia. Trasfigurare significa umanizzare il più possibile l’umano e tutto ciò che esiste, il creato intero, secondo la forma di Cristo Gesù crocifisso e risorto, speranza del mondo. Il cammino di umanizzazione è un cammino di trasfigurazione dove l’uomo non viene sfigurato, ma raggiunge una bellezza e una pienezza che nessuno uomo può avere da sé. Come avviene questa trasfigurazione? Al centro della cupola del Brunelleschi, vi è l’immagine di Gesù con su scritto “Ecce homo”. Ha un volto che porta ancora i segni della passione sfigurante. Ma questo volto sfigurato riesce a trasfigurare il creato che ha attorno a sé. Una Bellezza che non giudica, ma accoglie e dà dignità e senso a tutto ciò che lo circonda. Come declina Gesù la trasfigurazione negli incontri che vive nelle sue giornate, secondo il Vangelo? Gesù fa cose semplicissime, ma vitali; si ferma, guarda, ascolta, rialza e lascia liberi. Con questi gesti rivela la sua umanità come presenza divino-umano del Dio vicino. Viene spontaneo: la nostra umanità di cristiani cosa rivela? Perché trasfigurare è rendere pienamente umana l’umanità concreta e fragile delle persone. Alla voce del Verbo trasfigurare, sono consegnate tre realtà: liturgia, bellezza, profezia. La liturgia è lo spazio sacro dove il profano di ogni uomo può ricevere uno spirito vitale che fa rinascere il progetto originario di Dio sull’umanità. Non c’è momento, ambito ed espressione dell’uomo che nella liturgia non possa essere accolta e trasfigurata. La liturgia è la più alta cattedra di umanità della Chiesa per qualsiasi uomo e donna di ogni luogo e di ogni tempo. Bellezza è la seconda realtà che tocca la voce del Verbo: trasfigurare. L’episodio evangelico della trasfigurazione è riassunto come stupore e bellezza. “E’bello per noi essere qui” (Mc 9,5). Non c’è realizzazione dell’uomo senza il desiderio di appagare il suo innato bisogno di bellezza. “La verità rivelata è l’amore e l’amore realizzato è la bellezza”, ha scritto Pavel Florenskij. Una bellezza che scalda, che invita al miglior bene nel miglior modo. Una bellezza che rende grande il cuore di chi la contempla e lo libera dalle piccole cose che chiudono gli occhi, nel cieco ed egoistico cerchio dei propri interessi. Infine trasfigurazione è profezia per saper discernere le coscienze, i tempi, le sue vicende e per non ridurre mai la fede a un hobby. è la profezia che il mondo attende tra gemiti e dolori. Per questo, noi cristiani siamo memoria di un oltre, di un di più. La nostra umanità chiede di andare oltre i fatti e la materia con la liturgia. La nostra umanità chiede di andare oltre la bruttezza disumana del male e dell’ingiustizia con la bellezza che dà pace. La nostra umanità chiede di andare oltre la coltre grigia del cerchio chiuso della storia per aprirsi a una profezia di pace e libertà. Noi cristiani gustiamo una fede umanizzante perché è dono di Dio per gli uomini. Da Firenze si ritorna con il bisogno di essere Chiesa trasfigurante, che indica l’Ecce homo, “il più bello tra i figli dell’uomo”, “nel cui viso non vi è né apparenza e né bellezza”, ma che è l’unica “bellezza che salva il mondo”.