·

Cultura e Società

Il carcere di Lamezia a rischio chiusura: dopo il Tribunale, in pericolo un altro simbolo della Giustizia calabrese

Paolo Emanuele · 8 anni fa

La notizia è di pochi giorni fa ed è di quelle che fanno discutere: la paventata chiusura del carcere di Lamezia Terme. Un provvedimento che seguirebbe a quello analogo, ma già divenuto effettivo, nei confronti della struttura penitenziaria di Laureana di Borrello (RC) e che ha già, comprensibilmente, creato sgomento e preoccupazione tra i cittadini, soprattutto a seguito della grande eco che la notizia ha avuto sulla stampa e sui media in generale. Per fare chiarezza in merito alla questione il sindaco di Lamezia, Gianni Speranza, ha scritto una lettera indirizzata contemporaneamente al capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al presidente del Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria

della Calabria e ai parlamentari lametini per ricordare, semmai ce ne fosse bisogno, l’importanza che la casa circondariale di Lamezia Terme riveste per la città e tutta la regione e di come un provvedimento analogo a quello avvenuto poco tempo addietro a Laureana di Borrello sarebbe una sconfitta enorme, l’ennesima, per la giustizia calabrese.

Si è molto discusso in verità sulla idoneità o meno della struttura che ospita attualmente i detenuti, nonché sulla logistica della stessa: in origine la Casa Circondariale di Lamezia Terme nasce infatti come convento nel 1400 e solo nel 1800 si trasforma in Istituto di Pena. Si tratta di un carcere quindi “adattato”, dalla capienza ridotta, con il rischio costante di sovraffollamento, insomma una struttura che, non essendo adibita preventivamente a questo scopo, non può garantire le condizioni necessarie di recupero e svago per i reclusi e di sicurezza e vivibilità per la Polizia penitenziaria e tutti gli altri operatori del settore. In mancanza, o magari, perché no, in attesa di avere un Istituto di Pena più confacente agli standard di altre città, è però il caso di soffermarsi sull’argomento de quo, vale a dire la paventata chiusura di un carcere in una città che solo pochi mesi fa ha dovuto combattere una battaglia, vinta per fortuna, per non far chiudere il Tribunale. Destano infatti una certa preoccupazione le conseguenze che questi tagli, indiscriminati, operati anche nel campo della Giustizia, stanno determinando in tutto il tessuto sociale italiano. Una preoccupazione che diventa allarme vero e proprio se si circoscrive il discorso alla Calabria, forse uno dei pochi territori che dovrebbe “meritare”, purtroppo, una deroga speciale a questa politica di Spending Review visto l’alto tasso di criminalità che si riscontra quotidianamente. Che la riconquista del Tribunale da parte dei lametini fosse solo la vittoria di una battaglia all’interno di una guerra ben più grande e complicata lo si era capito, ma in verità nessuno avrebbe immaginato che, a distanza di così poco tempo, un altro caposaldo, un’icona dal punto di vista simbolico, della Giustizia venisse messo in discussione non tanto da un punto di vista di idoneità strutturale, perché su quello, come detto, si può concordare o meno, quanto piuttosto nel suo diritto ontologico ad esistere, ad essere presente perché indispensabile in una comunità. Non c’è pace insomma per i cittadini di Lamezia Terme, che da un lato chiedono, gridano, maggiore tutela dei propri diritti e dall’altro vedono invece togliersi, o tentare di togliere, uno dopo l’altro tutti gli organi preposti alla suddetta tutela. E’, se vogliamo, un costume tutto italiano quello di pensare, anche riguardo alle cose più importanti, in modo inversamente proporzionale invece che altrimenti. In qualsiasi altro Paese, una volta riscontrata una certa percentuale di un dato statistico (in questo caso l’alto tasso di criminalità), si passerebbe immediatamente a corrispondere un piano di soluzione proporzionale a quella percentuale, per cui se in un territorio si delinque di più rispetto ad un altro, si provvederebbe ad aumentare di pari grado la Giustizia in quel luogo piuttosto che altrove, costruendo un Istituto di pena o un Tribunale in più invece che uno in meno. In Italia invece, in particolare in quei contesti in cui un male patologico si manifesta con più incidenza, si tende a diminuire la presenza della cura. In questo quadro abbastanza surreale c’è però una cosa positiva, molto evidente e tangibile questa volta, vale a dire la risposta ferma dei lametini, che non ci stanno e, come fatto per il Tribunale, sono disposti, qualora la notizia della paventata chiusura del carcere trovasse conferme, a scendere di nuovo in piazza, o in qualsiasi altra sede, per protestare contro una decisione che avrebbe dell’assurdo. Speriamo questa volta che non ce ne sia bisogno.