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Spiritualità

La misericordia

Lino Grandinetti · 7 mesi fa

Quella che segue è la trascrizione dei tre incontri tenuti nel corso del 2016, l’anno della misericordia, indetto da papa Francesco, ed è un tentativo di lettura del tema, attraverso l’esame di testi dell’Antico Testamento, ed in particolare dei salmi che gli ebrei recitavano durante la pasqua - specialmente il salmo 136 (135) detto grande hallel – e la festa delle capanne – salmo 118 (117)

Su invito della Pax Christi di Lamezia Terme, ho avuto modo, da parecchi anni, di raccontare le mie personali riflessioni, su temi vari, attraverso la lettura sistematica dell’Antico e Nuovo Testamento.

Quella che segue è la trascrizione dei tre incontri tenuti nel corso del 2016, l’anno della misericordia, indetto da papa Francesco, ed è un tentativo di lettura del tema, attraverso l’esame di testi dell’Antico Testamento, ed in particolare dei salmi che gli ebrei recitavano durante la pasqua - specialmente il salmo 136 (135) detto grande hallel – e la festa delle capanne – salmo 118 (117).

Attraverso la lettura dei testi i tre incontri hanno avuto per tema:
1. scoprire quali possono essere le immagini della misericordia;
2. la relazione tra misericordia e storia universale dell’umanità;
3. un tentativo di approfondimento del rapporto tra giubileo, misericordia e strumenti dell’agire dell’uomo come la politica e l’economia.

Prima parte:
Le immagini


Salmo 118 (117) – Liturgia per la festa delle capanne

1 Alleluia.
Celebrate il Signore, perché è buono;
perché eterna è la sua misericordia.
2 Dica Israele che egli è buono:
eterna è la sua misericordia.
3 Lo dica la casa di Aronne:
eterna è la sua misericordia.
4 Lo dica chi teme Dio:
eterna è la sua misericordia.
5 Nell'angoscia ho gridato al Signore,
mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.
6 Il Signore è con me, non ho timore;
che cosa può farmi l'uomo?
7 Il Signore è con me, è mio aiuto,
sfiderò i miei nemici.
8 È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nell'uomo.
9 È meglio rifugiarsi nel Signore
che confidare nei potenti.
10 Tutti i popoli mi hanno circondato,
ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
11 Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato,
ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
12 Mi hanno circondato come api,
come fuoco che divampa tra le spine,
ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
13 Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato mio aiuto.
14 Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
15 Grida di giubilo e di vittoria,
nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto meraviglie,
16 la destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto meraviglie.
17 Non morirò, resterò in vita
e annunzierò le opere del Signore.
18 Il Signore mi ha provato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.
19 Apritemi le porte della giustizia:
voglio entrarvi e rendere grazie al Signore.
20 È questa la porta del Signore,
per essa entrano i giusti.
21 Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito,
perché sei stato la mia salvezza.
22 La pietra scartata dai costruttori
è divenuta testata d'angolo;
23 ecco l'opera del Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.
24 Questo è il giorno fatto dal Signore:
rallegriamoci ed esultiamo in esso.
25 Dona, Signore, la tua salvezza,
dona, Signore, la vittoria!
26 Benedetto colui che viene nel nome del Signore.
Vi benediciamo dalla casa del Signore;
27 Dio, il Signore è nostra luce.
Ordinate il corteo con rami frondosi
fino ai lati dell'altare.
28 Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie,
sei il mio Dio e ti esalto.
29 Celebrate il Signore, perché è buono:
perché eterna è la sua misericordia.

E’ il salmo che si recitava in occasione della Festa della Raccolta o Festa delle Capanne che era stata istituita da Mosè :
“Celebrerai la festa delle Capanne per sette giorni, quando avrai raccolto il prodotto della tua aia e del tuo torchio; ti rallegrerai in questa tua festa, tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo servo, la tua serva, il Levita, lo straniero, l’orfano e la vedova che abitano nelle tue città. Celebrerai la festa per sette giorni in onore del Signore tuo Dio, nel luogo che il Signore avrà scelto; poiché il Signore, il tuo Dio, ti benedirà in tutta la tua raccolta e in tutta l’opera delle tue mani, e ti darai interamente alla gioia”. (Dt 16:13-15)
ed è l’equivalente della nostra Pentecoste.
Essa si svolgeva secondo le prescrizioni contenute nel Levitico (Lv 23:34-43)
15 «"Dall'indomani del sabato, dal giorno che avrete portato l'offerta agitata del fascio di spighe, conterete sette settimane intere. 16 Conterete cinquanta giorni fino all'indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. 17 Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per un'offerta agitata, i quali saranno di due decimi di un efa di fior di farina e cotti con lievito; sono le primizie offerte al Signore. 18 Con quei pani offrirete sette agnelli dell'anno, senza difetto, un toro e due montoni, che saranno un olocausto al Signore insieme alla loro oblazione e alle loro libazioni; sarà un sacrificio consumato dal fuoco, di profumo soave per il Signore. 19 E offrirete un capro come sacrificio per il peccato e due agnelli dell'anno come sacrificio di riconoscenza. 20 Il sacerdote offrirà gli agnelli con il pane delle primizie, come offerta agitata davanti al Signore; tanto i pani quanto i due agnelli consacrati al Signore apparterranno al sacerdote. 21 In quel medesimo giorno proclamerete la festa e avrete una santa convocazione. Non farete nessun lavoro ordinario. È una legge perenne, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. 22 Quando mieterete la raccolta della vostra terra, non mieterai fino ai margini il tuo campo e non raccoglierai ciò che resta da spigolare della tua raccolta; lo lascerai per il povero e per lo straniero. Io sono il Signore vostro Dio"».
Dopo l’esilio in Babilonia il popolo di Israele torna alla sua terra.
Di tale evento sono testimonianza due libri (Neemia e Esdra) che raccontano quello che successe, con impronta, per certi aspetti, di tipo nazionalista e con l’intento di ripristinare tutto ciò che era praticato prima. Durante il periodo dell’esilio il popolo aveva sofferto, ma erano avvenute anche delle contaminazioni, e molti si erano adattati (vedi ad es. la narrazione del libro di Ester) al punto che alcuni erano divenuti funzionari e/o dignitari importanti. Nell’esperienza quotidiana e nell’adattamento era spesso subentrata una mentalità sincretista.
Al ritorno in Israele il popolo viene richiamato alla sua origine. In particolare vengono vietati i matrimoni misti, è prevista la lettura collettiva della Torà, con la manifesta finalità di liberarsi dalle contaminazioni. Vengono ripristinate le celebrazioni della festa di pasqua con il canto dei salmi degli alleluia, (ed in particolare il salmo 137 nel quale Dio si manifesta nella storia universale dell’uomo partendo dalla creazione) e la festa della capanna, con il canto del salmo 118 (117), nel quale viene dato risalto al rapporto personale tra il popolo e Dio.
La lettura di tale salmo mi consente, attraverso la storia della mia vita di rileggere il tema della misericordia. Ormai più di dieci anni fa ebbi una diagnosi di tumore. Fortunatamente per me, essa fu precoce ed il male fu eliminato con un intervento chirurgico radicale. Tale evento fu da me letto come espressione della misericordia di Dio al punto che in molte occasioni ho avuto modo di affermare che ne ero la testimonianza vivente.
Con l’andare del tempo mi sono però chiesto se questa mia percezione era corrispondente a quella di Dio. Nel mio caso, una diagnosi precoce (avvenuta peraltro per caso nel corso di un accertamento che aveva altro scopo) aveva consentito la remissione integrale. E negli altri casi? E tutte le persone morte in conseguenza dello stesso tumore, che non lascia scampo se non affrontato nella sua insorgenza? Cosa dire: che in tali casi non si può parlare di misericordia?
E’ evidente, mi sono detto, che il tema deve essere affrontato in maniera diversa, che vi è qualcosa che qualifica diversamente la misericordia di Dio. Tengo a precisare che le conclusioni cui sono pervenuto non vogliono essere una critica delle celebrazioni e dei riti che sono in corso nella nostra chiesa e neppure del sentire comune. Mi permetto solo di osservare che limitare la misericordia al perdono ne è un impoverimento.
Muovendo da questa domanda e premessa, la lettura dei testi mi ha portato alla scoperta di parole chiavi nella Bibbia, di una gamma di significati della misericordia come manifestazione dell’amore di Dio che è infinita, con tante sfaccettature (v. ad es. Tobia, Giobbe), con tanti racconti che pongono domande che hanno bisogno di una nostra risposta e del nostro amen.
Il versetto 18 del salmo che abbiamo letto recita:
“Il Signore mi ha provato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.”
E’ la mia esperienza e devo renderne grazie. Non è però sufficiente, perché continuando la lettura, vengo interpellato ed invitato a dare un senso alla mia vita quotidiana che sia coerente con quanto ho ricevuto:
“19 Apritemi le porte della giustizia:
voglio entrarvi e rendere grazie al Signore.
20 È questa la porta del Signore,
per essa entrano i giusti.”
Le parole chiave che vi proporrò (con il ricorso a tre immagini della vita di relazione dell’uomo) mi aiuteranno alla comprensione.

1. L’IMMAGINE DEL PADRE

Propongo un percorso di comprensione e disvelamento attraverso la lettura di alcuni brani.
I - Esodo cap. 3.
Nel decalogo vi è un divieto assoluto (Es. 20,4): Dio non vuole una sua immagine perché sua immagine è l’uomo. Ciascuno di noi è sua immagine, tutte le persone che incontriamo ogni giorno sono sua immagine. Ebbene, nella narrazione che segue (Genesi ed Esodo in particolare) Dio parla con l’uomo continuamente, spesso con un colloquio pressante o con domande incalzanti (a Caino: dov’è tuo fratello?). Vi è, però, una apparente stranezza: non gli dice mai il suo nome. Eppure nella cultura dell’epoca ed in specie nella realtà dei paesi mesopotamici l’importanza del nome di Dio era una cosa grande, perché affermava anche la grandezza del popolo e del Regno.
Per comprendere occorre seguire il colloquio di Mosè con Dio, nelle due versioni dei capitoli 3 e 6 dell’Esodo, tenendo presente che la narrazione esprime una comprensione teologicamente progressiva, a partire dalla considerazione del monoteismo degli ehloim per giungere all’affermazione del Dio Unico non solo monos ma esclusivo.
Mosè è al cospetto di Dio: Esodo cap. 3: “ 7Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. 8Sono sceso per liberarlo dal potere dell'Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Ittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. 9Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 10Perciò va'! Io ti mando dal faraone. Fa' uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall'Egitto?». 12Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».””
A questo punto Mosè lo interpella in maniera diretta:
“13Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». 14Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»». 15Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.”
L’ampiezza delle possibili interpretazioni del brano ci è nota. Ai fini del percorso che abbiamo intrapreso è, però, determinante quell’ “io conosco”: Dio si pone come colui che conosce (e qui il termine conoscere ha l’ampiezza del rapporto diretto, non mediato, potremmo dire carnale). Mi dice ti conosco, so che sei sofferente, schiavo. Sono qui a sostenerti, a darti la libertà, a portarti in un paese dove scorre latte e miele, ovvero l’essenziale per l’esistenza e ed il sostentamento che dà l’energia necessaria per affrontare un cammino lungo e difficile.
II - Osea, cap. 11
Proseguendo nel nostro cammino di scoperta nelle letture dell’A.T., ci imbattiamo in un altro testo, che ci aiuta come pochi altri a comprendere. Ed è il capitolo 11 del libro di Osea.
1 Quando Israele era fanciullo, io l'ho amato e all'Egitto ho chiamato mio figlio. 2Ma più li chiamavo, più si allontanavano da me; immolavano vittime ai Baal,
agli idoli bruciavano incensi. 3A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro.
4Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui per dargli da mangiare.
5Non ritornerà al paese d'Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi.
6La spada farà strage nelle loro città, spaccherà la spranga di difesa, l'annienterà al di là dei loro progetti. 7Il mio popolo è duro a convertirsi: chiamato a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo.
8Come potrei abbandonarti, Èfraim, come consegnarti ad altri, Israele? Come potrei trattarti al pari di Adma, ridurti allo stato di Seboìm?
Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. 9Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira.
10Seguiranno il Signore ed egli ruggirà come un leone: quando ruggirà, accorreranno i suoi figli dall'occidente, 11accorreranno come uccelli dall'Egitto, come colombe dall'Assiria
e li farò abitare nelle loro case.
Il testo ci mette di fronte il continuo tradimento da parte del popolo di Israele, con la sua rincorsa ai Baal e agli idoli. Ebbene, neppure in questa situazione Dio si allontana. Essi non compresero che ne avevo cura perché è un popolo di dura cervice. Ma il cuore di Dio si commuove e non darà corso all’ira. E così scopriamo che l’amore di Dio è perennemente fedele.
L’immagine che ne ricaviamo è quella del padre. Che accarezza, accompagna, asseconda la vita e l’esperienza di ciascuno di noi. Lo comprendiamo se pensiamo alla nostra genitorialità, come coloro che continuano avendo alle spalle questa figura paterna. E’ così che Dio ci sorregge nel cammino della nostra storia. Con una avvertenza: è al nostro fianco ma il percorso va fatto ognuno con le proprie gambe.
Dio si manifesta senza essere chiamato. Prende l’iniziativa. Non chiede una risposta obbligatoria. Quando il popolo tradisce e cade, lui torna sempre: sta alle sue spalle.

2. L’IMMAGINE DELLA MADRE

Dopo i brani dell’Esodo e Osea, qui ci viene incontro il testo di Isaia, capitolo 49 subito dopo l’annuncio della fine dell’esilio e il ritorno da Babilonia.
I primi sette versetti sono il secondo canto del servo sofferente. Tutta la parte successiva contiene il tema della strada del ritorno ed è introdotta dal ricordo della misericordia, dell’alleanza, della volontà di Dio di “farti rioccupare la terra”. In questo cammino il popolo non avrà fame e sete, “perché colui che ha misericordia li guiderà”. Proseguendo nella lettura si giunge ai versetti 14 e 15:
“14 Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato».
15 Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se queste donne si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.”
Qui è contenuta l’espressione ebraica “rahamin” che comprende le parole utero e acqua e contiene il richiamo al cordone ombelicale: nel grembo della donna si trasmette la vita attraverso l’osmosi che è continua e che se si interrompe provoca la morte fetale. Ebbene proprio questo parallelismo ci fa comprendere che l’amore di Dio è questo cordone ombelicale. Come la donna, ci dà vita, ci mantiene, ci custodisce. Ha con noi un’osmosi che è continua, con un rapporto che è fatto del cuore di carne: conoscere Dio è uno scambio continuo come quella tra la mamma ed il feto. Con una particolarità. Mentre nella donna può intervenire una interruzione placentare con la morte del feto, ciò non avviene nel rapporto con Dio: “Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.” Al punto che ha mandato il Figlio per l’alleanza definitiva con l’umanità!

3. L'IMMAGINE DELLA SPOSA

E’ probabilmente l’immagine più ricorrente in tutta la Bibbia. La troviamo in Isaia (54, 5-8), Geremia (2, 2-3) Ezechiele, (16, 1-63: “giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia”). La troviamo ricorrente nel Nuovo Testamento: le nozze di Cana, il banchetto del re per le nozze del figlio, la parabola delle vergini che vanno incontro allo sposo, l’immagine delle nozze dell’Agnello nell’Apocalisse (19,6-9) e tante altre.
Vi è il libro di Osea, che più di ogni altro è tutto incentrato sul rapporto sponsale e che esprime una dinamica delle nozze nelle quali lo sposo (Dio) è fedele e la sposa (Israele) no. Essa “si è prostituita, … si è coperta di vergogna. Essa ha detto: Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande.”
Lo sposo la porta nel deserto e qui si rinnova il rapporto attraverso il ripudio delle tentazioni da parte della sposa e con lo sposo che la copre di gioielli.
La similitudine è assolutamente significativa ed efficace. Israele, nel corso della sua storia, ha sempre vissuto la contraddizione tra la fedeltà all’Alleanza e la ricerca di strade alternative. Perché voleva fare da sé, perché cercava di assomigliare agli altri regni, perché rincorreva la ricchezza e l’agiatezza materiale senza doverla condividere.
Il dover corrispondere alla misericordia di Dio e mantenere salda l’alleanza non era per niente facile come non era facile la condivisione di ogni bene fra tutti. D’altronde l’umanità ha sempre ricercato tutte le forme di dominio: ha edificato le città, ha costruito regni per diventare possibilmente imperi, si è dotata di eserciti ed ha rincorso le guerre, ha innalzato muri per difendere il proprio benessere. Niente di più e niente di diverso da quanto avviene nel mondo di oggi. E niente di diverso da quanto accade nella nostra vita quotidiana. Anche noi, ogni giorno, cerchiamo ciò che ci dà sicurezza, ci rinchiudiamo nei nostri giardini. E soprattutto affrontiamo la realtà che ci circonda mossi dalla presunzione che tutto è possibile a noi e attraverso noi, anche nell’inconscio che l’altro, il diverso da me, se non è un nemico, è qualcuno che può mettere in dubbio il benessere. E’ bene dirci, se vogliamo passare veramente dalla porta santa della giustizia, che proprio la nostra cosiddetta civiltà cristiana ha creato le più grandi fratture della storia e soprattutto un mondo diviso tra chi ha (pochi) e chi non ha (la moltitudine).
La parabola del figlio che ritorna al padre è illuminante.
Egli ha dissolto la parte di ricchezza che ha ricevuto e chiede al padre di trattarlo come un salariato, nel rispetto della legge del riscatto (ne parleremo più avanti), per saldare il proprio debito. Ebbene, di fronte alla misericordia del Padre, il fratello insorge. A quale dei due fratelli ci paragoniamo? Dalla risposta sappiamo se il nostro cuore si è convertito. Con una certezza: Dio non ci abbandona mai, altrimenti non si sarebbe incarnato nella realtà della storia degli uomini.

Seconda parte:
La misericordia e la storia


SALMO 136 (135)

1 Alleluia.
Lodate il Signore perché è buono:
perché eterna è la sua misericordia.
2 Lodate il Dio degli dèi:
perché eterna è la sua misericordia.
3 Lodate il Signore dei signori:
perché eterna è la sua misericordia.
4 Egli solo ha compiuto meraviglie:
perché eterna è la sua misericordia.
5 Ha creato i cieli con sapienza:
perché eterna è la sua misericordia.
6 Ha stabilito la terra sulle acque:
perché eterna è la sua misericordia.
7 Ha fatto i grandi luminari:
perché eterna è la sua misericordia.
8 Il sole per regolare il giorno:
perché eterna è la sua misericordia;
9 la luna e le stelle per regolare la notte:
perché eterna è la sua misericordia.
10 Percosse l'Egitto nei suoi primogeniti:
perché eterna è la sua misericordia.
11 Da loro liberò Israele:
perché eterna è la sua misericordia;
12 con mano potente e braccio teso:
perché eterna è la sua misericordia.
13 Divise il mar Rosso in due parti:
perché eterna è la sua misericordia.
14 In mezzo fece passare Israele:
perché eterna è la sua misericordia.
15 Travolse il faraone e il suo esercito nel mar Rosso:
perché eterna è la sua misericordia.
16 Guidò il suo popolo nel deserto:
perché eterna è la sua misericordia.
17 Percosse grandi sovrani
perché eterna è la sua misericordia;
18 uccise re potenti:
perché eterna è la sua misericordia.
19 Seon, re degli Amorrei:
perché eterna è la sua misericordia.
20 Og, re di Basan:
perché eterna è la sua misericordia.
21 Diede in eredità il loro paese;
perché eterna è la sua misericordia;
22 in eredità a Israele suo servo:
perché eterna è la sua misericordia.
23 Nella nostra umiliazione si è ricordato di noi:
perché eterna è la sua misericordia;
24 ci ha liberati dai nostri nemici:
perché eterna è la sua misericordia.
25 Egli dà il cibo ad ogni vivente:
perché eterna è la sua misericordia.
26 Lodate il Dio del cielo:

Questo salmo rappresenta una litania: chiamata “grande hallel”, veniva recitata durante la Pasqua. Sappiamo che la istituzione della festa aveva il compito di ricordare, fare memoria dell’esodo, del passaggio dalla schiavitù alla libertà e di come per Israele si era realizzata la promessa di una terra. La particolarità della litania è quella di ripercorrere la storia del popolo ebraico, a partire dalla creazione, rileggendola con espresso riferimento alla misericordia e come monito e momento di autocoscienza, riconoscimento e ringraziamento che tutti gli eventi che hanno contrassegnato l’esperienza della liberazione sono frutto dell’Alleanza e dono di Dio.
E’ anche vero che nel testo si rinvengono espressioni che si sembrerebbero porsi in contrasto con l’dea che noi abbiamo di Dio amore assoluto: con la coscienza di oggi non c’è dubbio che diventa incomprensibile il riferimento ai re uccisi per sua mano.
Qui occorre avere l’intelligenza di capire l’importanza che i generi letterari hanno avuto nella redazione dei testi, e fra quelli anche quello dell’epica, tipico dei popoli mesopotamici. Il che vuol dire, che depurato dall’intento narrativo, resta l’evidenza teologica di comprendere la propria storia come evento di bene, frutto dell’amore di Dio, mutuato, nella comprensione che ne fa Israele, con i termini di padre (hesed) madre (rahamin) sposa.
Con questa evidenza, il testo è una sintesi della storia di quel popolo e ne rammenta tutte le fasi: dalla narrazione della creazione al periodo della schiavitù in Egitto, dall’evento della liberazione al passaggio nel Mar Morto, dall’attraversamento del deserto al radicarsi in una terra.
Sappiamo anche che questa storia non è stata lineare. Essa ha attraversato tutta intera, e con le stesse modalità e contraddizioni che hanno contraddistinto la storia dell’umanità, la successione degli eventi, nel quale si inseriscono la vicenda dell’Arca, della storia di Abramo e della sua discendenza, dal racconto della conquista della terra (Giosuè) all’esperienza di una forma di democrazia (quella descritta dal libro dei Giudici), dal passaggio alla forma della monarchia (Regno del Nord o di Giuda e Regno del Sud o di Israele, fino alla loro riunificazione) alla deportazione in Babilonia ed il successivo ritorno.
Tutto ciò a noi dice, e nell’esperienza concreta del nostro vissuto, che l’amore di Dio e la storia degli uomini vanno a braccetto e ne accompagna la vita in tutte le sue fasi. Con tre specificazioni importanti.
1) Nell’Antico Testamento, nella narrazione della storia di Israele, non vi è mai rappresentazione di una storia di un singolo ma è il racconto del vissuto di un popolo, descritto nelle sue contraddizioni, ansie e bisogni, tradimenti. Tale constatazione ci deve interpellare perché siamo abituati ad interrogarci nel nostro individualismo, anche con forme di narcisismo. Con la conseguenza che è indispensabile passare dall’io al noi (ne parleremo nella terza parte).
2) Dio ama tutti. Ma la sua propensione è del tutto in maniera evidente indirizzata per i deboli, i poveri, gli afflitti, gli scartati della storia, gli schiavi. La conferma l’abbiamo, oltre che dagli innumerevoli testi, dai Profeti ai salmi, nel Levitico, allorchè, in conclusione (capitolo 26) sono descritte le benedizioni e le maledizioni. Lo dovremmo rileggere continuamente perché nelle prime vi è espressa la fedeltà e la rispondenza all’amore di Dio e nelle seconde tutti i tradimenti e le infedeltà che contraddistinguono la vita degli uomini.
3) Da sempre siamo abituati al racconto della storia greca e romana. I suoi protagonisti sono sempre eroi, principi o re, semidei. Raramente troviamo traccia dei semplici e degli umili. Nella Bibbia è esattamente il contrario. Per liberare Israele dalla schiavitù, Dio si serve di Mosè che non sa parlare perché balbuziente; Saul che errabonda alla ricerca delle asine perdute incontra Samuele e diventa il primo re; Davide è il pastorello, figlio più piccolo, e così via fino ad incontrare figure di donne come Dèbora ed altre ancora. Non solo, ma i successi vengono conseguiti non con eserciti agguerriti, ma con un piccolo resto, (concetto intorno al quale viene elaborata, soprattutto nei Profeti, un importante filone teologico).
Ancora. Di fronte alle vicende umane, Dio non si manifesta come l’Onnipotente, come colui che risolve tutto con un intervento diretto. Al contrario, rispetta la libertà dell’uomo e tutto si compie nella responsabilità personale, attraverso le scelte che vengono fatte. Nella vita quotidiana ci viene richiesto un amen che non è una volta per sempre, ma va rinnovato continuamente perché diversificate sono le strade che incontriamo. E la tentazione delle scorciatoie è sempre dietro l’angolo.
Aggiungo, per chiudere questo paragrafo, il richiamo al testo di Paolo, 2 Cor. 5, 18-21: “tutto viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. 19 E' stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. 20 Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. 21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.”

Parte terza:
La misericordia ed il giubileo


Levitico, 25, 8-17
B. L'anno del giubileo

8 Conterai anche sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. 9 Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell'acclamazione; nel giorno dell'espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. 10 Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. 11 Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. 12 Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. 13 In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. 14 Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello. 15 Regolerai l'acquisto che farai dal tuo prossimo in base al numero degli anni trascorsi dopo l'ultimo giubileo: egli venderà a te in base agli anni di rendita. 16 Quanti più anni resteranno, tanto più aumenterai il prezzo; quanto minore sarà il tempo, tanto più ribasserai il prezzo; perché egli ti vende la somma dei raccolti. 17 Nessuno di voi danneggi il fratello, ma temete il vostro Dio, poiché io sono il Signore vostro Dio.
Le considerazioni che precedono sono partite dalla mia esperienza e dalla necessità di superare la percezione che mi faceva collegare la misericordia con la guarigione e non solo perché in tal modo se ne riduce oggettivamente la portata che è, invece, altra e incommensurabile.
Il percorso che abbiamo fatto, ci ha posto davanti a Dio padre, amico fedele, madre e sposo, che con premura accompagna sempre il suo popolo, il quale ha sua volta, pur nei suoi tradimenti, scopre sempre questo padre, sposo, madre, amico, nella propria esperienza di liberazione.
Il primo tassello di questa percezione lo scopriamo attraverso la legislazione che Israele si dà.
Già durante il passaggio nel deserto nel libro dell’Esodo troviamo i dieci comandamenti ed il codice deuteronomico. I testi successivi (Levitico e Numeri) contengono una disciplina legislativa particolareggiata (come ad esempio le norme sul riscatto di cui farò cenno in seguito).
Rammento che la redazione del Pentateuco è avvenuta durante l’esilio in Babilonia attraverso l’assemblaggio di frammenti e testi, che erano stati portati sia dal Regno di Giuda che di Israele, il che ci fa capire il perché di molti episodi si rinvengono versioni diversificate e non sempre corrispondenti fra di loro (basta pensare ai due racconti della creazione nei capitoli 1 e 2 della Genesi). Occorre altresì tenere presente che nella redazione diventano determinanti, sotto l’aspetto teologico, la predicazione di profeti come Isaia (specie il primo), Geremia, Osea, Ezechiele tutti vissuti in quel lasso di tempo.
Con questa premessa, la domanda è: qual è il nesso tra misericordia e assetto normativo che il popolo si dà? Quale è il significato, pregnante, dell’invito che abbiamo letto nel salmo 118 di passare “attraverso la porta della giustizia”?
La risposta non può certamente essere quella di ridurla all’attraversamento della porta santa come rito di espiazione, perdono e riconciliazione, anche se ciò è importante. Essa va cercata nel rapporto che esiste tra misericordia (espressione dell’amore di Dio) e giubileo: ovverosia di una pratica, per di più sancita normativamente, che è fondamento della vita quotidiana e dell’appartenenza ad un popolo ed una storia che è stata di liberazione.
Per maggiore comprensione, richiamo quanto è avvenuto in Italia dopo la liberazione. Dopo il ventennio e l’avvento della Repubblica la domanda che le persone che l’avevano determinata si fanno è come costituire il proprio futuro, su quali fondamenti ancorare lo stato e la vita di tutti per non incorrere negli errori del passato. Da qui nasce, lo sappiamo, la Costituzione, al cui testo lavorano intellettuali, docenti universitari, personalità del mondo politico e sindacale, con un lavoro che, muovendo dall’esperienza del passato e degli studi ed il bagaglio culturale di ciascuno, perviene, attraverso una mediazione intelligente, all’elaborazione del testo finale. Ovviamente, come per tutte le storie in cui gli uomini cercano scorciatoie ed accomodamenti, gli anni successivi non furono semplici, perché nell’interpretazione del testo si frappose la distinzione fra norme precettive e norme programmatiche ovverosia norme che sono di applicazione immediata ed altre che hanno bisogno di ulteriore esplicazione, distinzione che si è protratta fino agli anni 1969/70, quando con una serie di sentenze che furono qualificate da Sandulli con l’espressione “svolta politica”, la Corte costituzionale restituì tutta la normativa all’intento originario.
Ebbene, l’esperienza del popolo ebraico, sia nei quaranta anni dell’esodo che dopo l’insediamento sulla terra oggetto della promessa di Dio, fu identica e i testi normativi cui abbiamo fatto cenno hanno lo stesso significato e valore fondativo della nostra costituzione. E anche qui l’esperienza e la riflessione hanno influenza determinante: perché il crogiuolo della sofferenza, la prossimità vissuta nella schiavitù e nel cammino verso la libertà porta alla comprensione e alla necessità di definirsi nazione santa, nella quale essa percepisce la propria legislazione come derivata dall’Alleanza con Dio. A questa autocoscienza si aggiunge anche la consapevolezza del rifiuto dei meccanismi di schiavitù sia in rapporto ai beni che alle persone: se l’amore di Dio si era riversato sui deboli, i miseri, i senza terra, i diseredati, identica preferenza dovevano esprimere le prescrizioni che da allora in avanti avrebbero dovuto regolare i rapporti. Tale impostazione traspare evidente soprattutto, fra tanti, in tema di proprietà dei beni con la previsione delle leggi sul riscatto.
La prima, e più importante, è quella del giubileo, riprodotta nell’epigrafe.
Ha una premessa: Dio avverte che la terra è sua e il popolo l’abiterà come ospite e forestiero. Non potrà essere venduta per sempre (diremmo noi a titolo definitivo) in quanto è obbligatorio il diritto di riscatto. Durante il possesso, tutto ciò che la terra produce serve di “nutrimento a te, al tuo schiavo, alla tua schiava, al tuo bracciante e all’ospite che si troverà presso di te”. Questa premessa fa da introduzione alla legge del giubileo. Questo era un corno che ogni 49 anni doveva echeggiare per tutta la terra ed “ognuno tornerà nella sua proprietà”. La norma ha un significato chiaro ed un intento che trova esplicazione nel testo di Isaia, 61, 1-2 (è il brano che nel vangelo di Luca Gesù legge nella sinagoga di Nazareth):
“1 Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, 2 a promulgare l'anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti.”
Non credo che ci sia bisogno di ulteriore commento.
La seconda legge è quella del riscatto delle persone: chi aveva contratto un’obbligazione e si fosse trovato in situazione di inadempienza doveva lavorare come bracciante (non come schiavo cui veniva imposto il giogo, ovverosia un collare) per una durata di sei anni dopo di che “se ne andrà da te insieme con i suoi figli, tornerà alla sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri”.
La disposizione è seguita da un ammonimento che ne spiega il contenuto e l’intento: “Essi sono infatti miei servi, che io ho fatto uscire dalla terra d’Egitto”. Continua a risuonare il monito di Isaia: la misericordia di Dio è per i miseri, e tutti noi siamo “consacrati a fasciare i cuori spezzati a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri”.
Tutto chiaro e lineare?
Le vicende del popolo d’Israele non sono dissimili da quelle degli altri popoli. Nella sua libertà, ma anche nella sua debolezza, cerca altre vie e altre possibilità. Così già durante l’esodo, quando, approfittando della assenza provvisoria di Mosè, decide di far da sé, di acquistare forza e coraggio comprandola con il vitello d’oro. Potremmo dire che è uno dei primi tentativi di tangente: pago per ottenere, perché in tal modo conseguirò con certezza il risultato cercato e sperato. Non ha fiducia nella gratuità, perché è un fardello pesante ed un cammino pieno di responsabilità.
E così anche successivamente, quando il popolo decide di costituirsi in regno, con un re, per essere forti come gli altri popoli e regni, con un esercito, dentro confini e città che possano dare sicurezza. Si perviene ad una trasformazione della legge in chiave fondamentalista e la giustizia diventa prerogativa del re (e della sua corte nella quale la classe sacerdotale era predominante).
A fronte di tale trasformazione, si comprende la ribellione dei profeti: di Isaia, Osea, Geremia, Ezechiele con i loro pressanti richiami e l’invito a riconsiderare la propria vita ed il proprio operare a partire dalla misericordia. Per capire basta qui richiamare, fra tanti, il capitolo 34 di Geremia. Narra di come il re Sedecia (dopo uno scambio di vedute con il profeta) conclude un patto con tutto il popolo di Gerusalemme per ridare, ciascuno, la libertà agli schiavi nel rispetto della legge sul riscatto. Ma il patto non viene rispettato: “16 Ma poi, avete mutato di nuovo parere e profanando il mio nome avete ripreso ognuno gli schiavi e le schiave, che avevate rimandati liberi secondo il loro desiderio, e li avete costretti a essere ancora vostri schiavi e vostre schiave. 17 Perciò dice il Signore: Voi non avete dato ascolto al mio ordine che ognuno proclamasse la libertà del proprio fratello e del proprio prossimo: ora, ecco, io affiderò la vostra liberazione - parola del Signore - alla spada, alla peste e alla fame e vi farò oggetto di terrore per tutti i regni della terra.” E qui rammentiamo quanto detto prima a proposito delle benedizioni e maledizioni contenute nel levitico.
Per quel che ci riguarda, noi siamo richiamati tutti. Occorre un cuore nuovo, perché Dio non vuole sacrifici (leggi riti) ma l’impegno verso i poveri, i miseri e gli scartati della terra, in qualsiasi modo essi si manifestano. Rimando tutti alla lettura e meditazione del capitolo 65 di Isaia, che è il compendio di quanto qui sommariamente enunciato!
E’ ovvio che il richiamo è, intenzionalmente, rivolto ai nostri riti, così come fa Paolo nella lettera ai Corinti: il vostro mangiare non è l’eucarestia del Signore. Questo perché il mondo degli uomini e il crogiuolo della storia è come separato se non del tutto estraneo. Ci scambiamo e ci diamo la pace, ma non conosciamo il nostro vicino. Diventa, perciò, determinante rispondere alla domanda che può ho rivolto, e prima di tutti a me stesso: cosa vuol dire passare dalla porta santa?
A mio avviso la risposta può trovare soluzione solo nell’accettazione della storia nella sua realtà, di tempo e di luogo, scoprendo, nella quotidianità, che essa permea tutta la nostra vita. Significa, in altri termini, prendersi tutti per mano e percorrere insieme le strade. Come? In due modi.
Il primo è accettare il grande dono della gratuità, corrispondendo a questo dono non solo non chiedendo nulla in cambio, ma servendo e rifiutando la tentazione del potere. Soprattutto, affidandomi e trasformando la mia esistenza in uno strumento della misericordia di Dio. In buona sostanza occorre dirci che è necessario prendersi cura del creato assecondando il progetto di Dio per l’uomo, perché tutto ciò che esso comprende è buono.
Il secondo è riconsiderare la politica e l’economia che entrano in gioco come strumenti dell’umano. Dico riconsiderarli come essenziali e fondativi del nostro agire quotidiano. Siamo infatti abituati a pensarli, con una sorta di separazione e di distanza, nello loro accezione di arte del governo destinata a persone e organizzazioni, partitiche o meno, imprenditoriali o meno e quasi con un distacco moralistico e tipizzandoli come buona o cattiva politica o buona o cattiva economia.
Ritengo che, su questo terreno, ci sono molti chiarimenti da fare, proprio perché politica ed economia appartengono al genere umano in funzione dell’affidamento del creato, e non c’è un modo diverso per governarlo. E non esistono scappatoie né compartimenti stagno. Occorre solo capire che essere responsabili dell’altro comporta necessariamente prender parte alla polis, dal momento che, se i problemi non si risolvono, l’umanità resterà sempre nel guado, senza mai arrivare a riva. E’ ovvio che sussiste un discrimine che non è quello moralistico del buono e del cattivo, ma quello del potere e del suo uso strumentalmente finalizzato al mio interesse o a quella dei miei amici, siano essi città, regioni, stati, categorie.
Fortunatamente questa comprensione è avviata, specie con papa Francesco e la Laudato sì.
Ma già prima abbiamo avuto indicazioni ed esplicazioni già nella seconda metà del novecento, con profeti come Balducci ed altri. Qui, avviandomi alla conclusione, mi riferirò alla testimonianza di due donne del novecento che a mio avviso sono assolutamente pregnanti.
La prima è Simone Weil.
In La persona e il sacro mette in rilievo come la politica e l’economia hanno a che fare con classe operaia, supplici, nuovi schiavi che oggi sono e si chiamano migranti, senza terra, vittime della guerra, emarginati dell’economia mondiale e delle disuguaglianze. Ebbene, di fronte a ciò, Weil ci dice che il sacro “si apre alla fede, ma al tempo stesso rende più urgente l’agire ed il pensare. Quel ‘sacro’ quasi paradossalmente, rilancia l’etica e la politica: là dove c’è un bisogno reale, si manifesta un impegno e si apre anche la possibilità di un vincolo tra etica e politica e ispirazione ideale”.
L’altra è Etty Hillesum, che ha vissuto la shoa dal di dentro come una scelta, diventando ‘martire’ e cioè testimone di Dio che scopre nelle sofferenze più indicibili.
In una lunga lettera che nel dicembre del 1942 scrive a due sorelle dell’Aja, descrive il campo di Westerbork, che definisce ‘epicentro della sofferenza ebraica’ con l’occhio attento alla vita quotidiana, alle figure dei prigionieri e alle loro sofferenze. Scrive poi nella parte finale: “E così crederete che io abbia raccontato qualcosa su Westerbork – in tutte le sue sfaccettature e nella sua movimentata storia, in tutte le sue emergenze spirituali e materiali – allora so di non esserci riuscita affatto….Potrei immaginarne un altro, pieno d’odio, amarezza e ribellione. Ma la ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci personalmente non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti. E assenza di odio non significa di per sé assenza d’un elementare sdegno morale. So che chi odia ha fondati motivi per farlo. Ma perché dovremmo sempre scegliere la strada più facile e a buon mercato? Laggiù ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente, ma con ostinazione, che questa terra potrebbe ridiventare un po' più abitabile solo grazie all’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera.”
Credo che la testimonianza di una persona che pochi anni dopo muore nel campo di concentramento sia la migliore esplicazione della misericordia, proprio perché essa è affermata nella tragica situazione in cui è vissuta

POSTILLA

Le conversazioni sono state tenute nel 2016. Vi ho messo mano adesso (marzo 2020) approfittando del “restare a casa” conseguenza della pandemia che imperversa in questo periodo.
Nei vari contatti via web, ho notato la domanda a volte silenziosa, a volte espressa, che ricorre sempre quando l’umanità si imbatte nelle calamità: ma la misericordia di Dio esiste veramente? Come mai quello che dici essere al fianco dell’uomo permette tali accadimenti? Torna ricorrente l’interrogativo che, in occasione del terremoto di Lisbona del 1755, fece scrivere a Voltaire il Poema sul disastro di Lisbona.
Non ho la pretesa di una risposta: solo alcune considerazioni.
1) La letteratura apocalittica nella Bibbia ci indica le strade attraverso le quali troviamo risposte e sollievo, nelle prospettive di liberazione dalle angosce personali e dalle situazioni di asservimento in cui possano trovarsi i popoli della terra.
Primo fra tutti il libro di Giobbe che di fronte alla malattia, all’impoverimento materiale e alla morte, si ribella. Rifiuta lo stereotipo della concezione degli accadimenti nella vita dell’uomo come “giustizia retributiva” e cioè frutto del peccato e del male commesso. Rivendica di essere al contrario un giusto e si rivolge direttamente a Dio, che scopre come il diversamente altro da quanto lo riduce a idea empirica e satisfattiva per l’appagamento delle umane difficoltà.
Poi il libro di Daniele che di fronte al re babilonese rivendica la libertà per sé ed Israele e annuncia la fine della schiavitù con la manifestazione del Figlio dell’uomo.
E poi ancora il libro dell’Apocalisse che, all’indomani delle stragi della persecuzione di Domiziano, colloca i martiri con le vesti bianche al cospetto dell’Agnello e vede “il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (21, 3-4).
2) Dio è con noi, al nostro fianco. Ha innalzato l’umanità sulla croce “assumendo una condizione di servo” (Fil, 2,7) dando al Figlio che si affida e si “svuota” la gloria e la resurrezione e a noi la vita eterna.
Mi sovvengono le parole di Simone Weil di fronte al crocefisso: “La sventura, che sta al cuore della condizione umana vulnerabile, finita immessa nella macchina sociale, economica e politica e afflitta dal girare a vuoto della psiche impegnata a parare o deviare i colpi, è un ‘grado zero’ in cui la totale privazione si rivela dotata di valore, indice del bene, degna di amore, ispiratrice del desiderio di giustizia”. Il che significa che vita eterna non è l’evento futuro oltre la morte, ma è l’oggi nel quale, assumendoci per intero la responsabilità dell’altro, riscopriamo la fraternità ed un mondo nuovo nel quale non sono più lacrime.
3) L’umanità ha avuto sempre, ciclicamente, drammi, epidemie, distruzioni. Sono nella natura. Ma sono anche eventi legati all’irresponsabilità dell’uomo, alla sua ingordigia, allo sfruttamento scriteriato delle risorse. Esattamente il contrario del progetto di Dio per l’uomo nel quale il creato è affidato alle cure dell’uomo, che lo può custodire bene o male: in tal caso pagandone ne conseguenze!
4) Gli accadimenti di questi giorni sono anche, però, momenti di grazia, nel senso che ci fanno sentire sensazioni nuove o riscoprire situazioni dimenticate, mettendoci di fronte anche le nostre contraddizioni.
Non c’è dubbio che l’isolamento di questi giorni porta con sé il desiderio dell’altro, del rapporto, della solidarietà e della vicinanza nell’attesa di rivivere insieme la gioia dello stare insieme. Ma anche il bisogno di sentirsi popolo, stato, nazione che ha voglia di ripartire con l’auspicio che il futuro non faccia dimenticare e vanificare tutta la positività che si sta accumulando. In fondo è come il travaglio del parto: al termine c’è una vita nuova.
Dall’altra parte, riscopriamo tutte intere le contraddizioni della società alla cui costruzione abbiamo contribuito. Basta pensare al mondo separato dei senza niente, di chi vive nell’abbandono o nei quartieri degradati, o ancora ai rioni fatti di vicoli delle nostre città dormitorio.
Ma si avverte anche la necessità dell’autocritica per l’irresponsabilità del come abbiamo amministrato i beni comuni, per l’impoverimento della sanità pubblica a vantaggio del privato depauperando la prima di risorse che oggi diventano impellenti nella loro necessarietà.
Ed ancora: si disvela la pochezza del sogno dell’autosufficienza mascherata dentro la tentazione del sovranismo dei popoli. Ma anche la contraddizione che schiera, uno contro l’altro, chi pensa al proprio benessere, alla difesa del proprio welfare e della propria economia e chi invece, in una visionarietà di là a venire, concepisce il destino comune da risolvere insieme nella corresponsabilità.
E’ ovvio che tale situazione ci pone di fronte ad una domanda e un’alternativa. L’Italia riscopre il bisogno dell’Europa, ma fino a ieri ed anche oggi c’è chi predica la necessità dei muri e dei confini della nazione e oggi crede di trovare conferma nell’opposizione del Nord Europa. In tal modo si dimentica (o si fa finta di dimenticare) che quegli stati non sono altro che la faccia della stessa medaglia e rappresentano oggi quello che alcuni vorrebbero che noi diventassimo.
La realtà a volte diventa come il pedagogo indicato da san Paolo nella lettera ai Galati: è colui che ci richiama e con la verga ci batte sulle mani, indicandoci una strada diversa indirizzata alla costruzione del villaggio globale secondo il grande insegnamento di padre Balducci.