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Lavoro e Sviluppo

Pittella: politica di austerità non più sostenibile

Cesare Natale Cesareo · 7 anni fa

Intervento del Vice Presidente del Parlamento Europeo Il 2012 è stato un anno di recessione e nel 2013 non si vedono segnali di miglioramento. Cresce la disoccupazione, in particolare quella dei nostri giovani. Si indebolisce il potere di acquisto e il costo della vita aumenta sempre più. L’Italia sta ancora peggio. La crescita italiana negli ultimi anni è stata addirittura inferiore a quella spagnola. Di fronte alla gravità di questa crisi sociale ed economica, la classe dirigente conservatrice che ha governato il nostro Paese appare inadeguata. Aumentano gli scandali e i casi di cattiva politica e cresce tra i cittadini la convinzione che tutti i politici siano uguali. Bisogna ripartire da un’Italia più giusta.

Serve giustizia perché la crisi ha esacerbato le già gravissime diseguaglianze che dividono il nostro Paese. Negli ultimi venti anni l’Italia è diventata la sesta economia avanzata più socialmente squilibrata. Nella classifica mondiale sulle diseguaglianze pubblicata qualche giorno fa dall’Ocse, il nostro Paese si avvicina sempre più agli Stati Uniti. Aumentano anche le diseguaglianze territoriali, tra un Nord che sta male ma che resiste e un Mezzogiorno che soffre e rischia di trasformarsi in una “Grecia sociale”, quando invece è nel Meridione lo spazio economico e sociale in cui investire, dove l’Italia può ripartire e uscire più rapidamente dalla crisi. Se cambia l’Italia, se a Roma si incomincia a parlare finalmente di lavoro e crescita, anche a Bruxelles cambierà la direzione del vento e consentirà di costruire una nuova agenda per l’Unione Europa che abbia come perno la battaglia contro le degenerazioni del sistema finanziario e bancario. Nei prossimi mesi, le istituzioni europee esamineranno importanti provvedimenti volti, in particolare, a regolamentare il sistema bancario, mentre si dovranno definire su ben altre basi le risorse messe a disposizione del bilancio europeo. Per voltare pagina sarà indispensabile il ruolo propulsore italiano. E’dal tipo di rapporto che l’Italia saprà instaurare con l’Europa che dipendono i futuri assetti sociali e politici del nostro Paese. Le ultime elezioni politiche hanno rivelato il disagio e il malessere di ampi settori della società nei confronti della politica istituzionale e della politica economica predominante in Europa. Si è aperta una fase di profondo cambiamento che coinvolge in profondità le strutture del nostro Paese. In questa fase in cui i vecchi equilibri tramontano e si fatica a scorgerne di nuovi, serve più Europa ma anche un’Europa diversa. Serve più Europa perché la cessione di sovranità dallo Stato nazionale all’Unione Europea è un processo inevitabile.

In materia di politica economica, le risposte alla crisi possono venire solo dal livello europeo. L’economia europea è sempre più interconnessa. E’quindi evidente che un Paese da solo non ha la forza per rispondere alla crisi globale. Questa comunanza di interessi implica un rafforzamento dei vincoli comuni per evitare che fenomeni di azzardo morale possano destabilizzare l’intera Unione.

Per rafforzare i vincoli, sono stati compiuti importanti passi in avanti, soprattutto in materia di politica di bilancio. E’stato approvato il Six Pack che rafforza il precedente Patto di Stabilità e crescita. Il Fiscal Compact è entrato in vigore nello scorso gennaio e ci impone il pareggio di bilancio strutturale e un rigoroso sentiero di riduzione del debito pubblico. Il two-pack che rafforza la sorveglianza preventiva in materia di bilancio dovrebbe essere approvato in via definitiva dal Consiglio in queste ore. La strada del risanamento dei conti pubblici è stata quindi intrapresa con forza a livello europeo.

Il nostro Paese ha compiuto sforzi considerevoli in questa direzione. L’avanzo primario italiano è fra i più elevati al mondo. Nel 2013 si stima che esso sarà il secondo più elevato di tutto il pianeta.

Questo dato contrasta tuttavia con altre variabili. Si potrebbe parlare dei dati apocalittici sulla disoccupazione, in particolare quella giovanile, o dei dati del PIL che indicano il persistere di una fase di recessione, per non parlare dei dati sui consumi delle famiglie. In queste condizioni, le banche italiane cominciano a incontrare seri problemi perché il deteriorarsi del quadro macroeconomico porta con sé aspettative di perdite su crediti e compromette la redditività. La stretta creditizia denunciata nei giorni scorsi dal Centro Studi di Condindustria si iscrive in questo contesto di atonia economica e non è pertanto semplicemente ascrivibile ad una crisi di fiducia del sistema bancario. La Banca Centrale Europea attraverso i programmi LTRO e OMT ha già fatto molto per ricostruire fiducia nel sistema bancario. Il Meccanismo Unico di Supervisione Bancaria che stiamo attualmente finalizzando e che sarà probabilmente approvato dal Parlamento Europeo nella seduta del prossimo aprile, contribuirà a stabilizzare ulteriormente le aspettative di investitori e risparmiatori, nonché dell’industria bancaria europea. Di fronte alla gravità della situazione, non si può omettere un’analisi sulle cause profonde di questa spirale recessiva.

Alla radice di tutto ciò vi è certamente una perdita di competitività della nostra economia dovuta a fattori strutturali quali la bassa produttività e le rigidità di sistema. Ma vi sono anche le politiche restrittive perseguite in maniera unilaterale in Europa negli ultimi anni, che hanno riguardato anche paesi che presentavano maggiori margini di manovra da un punto di vista della politica di bilancio.

A questo proposito, vorrei sottolineare un elemento cruciale. Gli effetti delle politiche di austerità non si limitano infatti alla sfera economica e sociale ma rischiano di avere un violento impatto anche sugli equilibri democratici dei Paesi dell’Europa meridionale. Gli sconfitti di questi ultimi anni, in particolar modo le nuove generazioni, non accetteranno passivamente quello che in Spagna chiamano l’“austericidio”.

Non si può pensare che il sacrificio di una generazione intera non avrà conseguenze sui sistemi democratici d’Europa meridionale. L’austerità e il disagio sociale stanno infatti alimentando un’alienazione verso il sistema politico che è ambivalente. Da un lato, essa assume la forma di una domanda di cambiamento e rinnovamento nel senso di una maggiore partecipazione e trasparenza dei processi democratici, dall’altro prende caratteri apertamente eversivi come dimostra l’avanzata dell’estrema destra neonazista in Grecia. E’chiaro quindi che serve anche un’altra Europa.

On. Gianni Pittella

Vice Presidente del Parlamento Europeo