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Vita diocesana

Benedetto il nuovo ingresso della Chiesa di S. Giuseppe Artigiano

Paolo Emanuele · 7 anni fa

Nel giorno dedicato alla memoria di San Giuseppe Patrono dei Lavoratori, Sua Eccellenza Monsignor Luigi Cantafora Vescovo di Lamezia Terme, ha presieduto il Solenne rito di benedizione del nuovo ingresso della Chiesa Parrocchiale di San Giuseppe Artigiano. Hanno concelebrato con lui i Padri Dehoniani che hanno in cura la Parrocchia Lametina e il P. Provinciale dei Dehoniani dell’Italia Meridionale, P. Massimo De Lillo. Dopo il rito di benedizione dell’ingresso e dei portali, il Vescovo ha presieduto la Solenne Eucarestia nel giorno della festa patronale della Parrocchia.

Durante l’omelia partendo dalla simbologia della porta, ha illustrato la figura di Giuseppe, Padre, Artigiano e Uomo Giusto.

Una parola forte del Vescovo ha riguardato la profonda crisi del lavoro, per il quale ha auspicato un impegno corale di responsabilità politica e sociale. Di seguito il testo dell’omelia.

Carissimi fratelli, il rito della benedizione della facciata ci richiama al significato della porta che abbiamo aperto e attraversato. Questa porta ci rimanda subito alla «“porta della fede” (cfr At 14,27) che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». Ebbene questa porta «è sempre aperta per noi ed è possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita».

Varcare veramente la porta della Chiesa, significa varcare il più grande portale della vita con Dio. La stessa figura di Giuseppe, patrono di questa comunità oggi appare davanti a noi come un portale, che ci introduce all’interno del mistero di Dio.Un portale serve ad aprire e a chiudere. Ma un portale aperto dà sempre più gioia di una porta chiusa. Ebbene Giuseppe e i santi sono come porte aperte tra Dio e gli uomini. Cosa significa questo? Guardando i nostri fratelli santi, scorgiamo nello loro vite, un raggio della luce di Dio e un dono particolare dello Spirito di Santità che rende simili a Cristo. Per questo motivo attraverso di loro, è come se entrassimo nella vita di amore di Dio, che ci attende. Inoltre i santi ci mostrano e rimandano a Dio, proprio come una porta aperta ci fa vedere l’interno di una casa. Questo vale anche per noi, carissimi!

3. La vita cristiana che viviamo, nella misura in cui è radicata nella Parola di Dio e nella sua grazia, diventa una porta aperta che lascia intravedere la grandezza dell’amore del Signore. Noi possiamo far vedere quanto Dio cambi la vita degli uomini! Noi possiamo far vedere i miracoli che Dio continua a compiere! Il rischio di essere porte chiuse che non lasciano entrare Dio dentro di sé e gli altri, è molto reale. Ricordiamo tutti quanto Gesù nel Vangelo ha detto ai farisei, gli uomini religiosi del suo tempo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci» (Mt 23,13). Il rischio serio è talvolta di diventare porte chiuse, incapaci di introdurre i nostri fratelli nelle meraviglie che Dio fa con noi e delle quali siamo testimoni. Siamo come avviluppati nel nostro mondo religioso che ostacola il vero incontro con Dio.

4. Il Vangelo attraverso la figura di Giuseppe, ci parla di Gesù come il figlio del falegname. Potremmo dire che ci presenta la famiglia del Signore, una famiglia povera e semplice e perciò motivo di giustificazione all’incredulità dei compaesani di Cristo. Cogliamo piuttosto, l’accento sul padre e sul suo lavoro. Questi due aspetti della vita di Giuseppe, lo rendono per noi vicino, a noi molto familiare; ne colgo, ora alcuni aspetti significativi. Giuseppe non è semplice “notaio” del progetto di Dio, ma vi è dentro come autentico collaboratore. Giuseppe vive la paternità in un modo unico. A qualcuno potrebbe sembrare una paternità sminuita, infeconda; infatti il Figlio che cresce non è frutto del suo seme.

5. La paternità di Giuseppe è una paternità che lascia completamente spazio all’azione divina. Giuseppe è il nuovo Abramo che dà una storia e una casa al Figlio di Dio, ma così facendo, ci dice che non il sangue è al cuore della sua famiglia, ma la fede. Nella paternità di Giuseppe c’è qualcosa di molto materno. Se il padre è figura della legge e delle parole forti, nel Vangelo Giuseppe è l’uomo del silenzio. Giuseppe è il padre che sa vivere la paternità perché la spoglia di ciò che è violento, aggressivo, paura e autodifesa. Origene sottolinea la dimensione educativa della paternità di Giuseppe. Si tratta della dimensione successiva alla nascita, ovvero l’accompagnamento, il servizio, la vicinanza al figlio, quel cammino di vita che un padre deve compiere insieme al figlio, e che è ben più difficile e problematico di rendere incinta una donna.

6. Andiamo al lavoro. La liturgia della parola ci presenta il lavoro di Dio con la creazione e il comando del Signore a custodirla e dominarla, attraverso il lavoro, l’opera umana. Il lavoro fin dall’inizio della creazione, è il modo umano di collaborare alla Provvidenza divina nel mondo. Eppure oggi il lavoro da dono di Dio, sembra essere diventato un miracolo. Troppe donne e troppi uomini sono esclusi dal lavoro. Il lavoro è diventato più precario negli uffici, nei campi, nelle imprese.Un sentimento di incertezza si va diffondendo non solo tra i poveri e i diseredati, ma anche nei ceti medi. Lavorare duramente non garantisce una vita libera dalla povertà. Il mondo è pieno di poveri che lavorano. Preghiamo carissimi fratelli e sorelle perché le menti dei governanti siano illuminate per venire incontro a questa grave situazione di crisi. Impegniamoci anche noi per un cambiamento di mentalità per il mondo del lavoro. Ogni lavoro ha la sua dignità. Ma non sempre questo è percepito. Il prototipo dell’uomo furbo, che vive bene senza lavorare, che guadagna senza sudare, è un immagine di uomo pagano e non cristiano. «L’eloquenza della vita di Cristo è inequivoca: egli appartiene al mondo del lavoro, ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro» (Enc. Laborem exercens, 26). Abbiamo davanti a noi Giuseppe Padre, Lavoratore e Giusto per la sua preghiera e intercessione chiediamo a Dio di benedire l’opera delle nostre mani.