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Vita diocesana

“Anche noi crediamo perciò parliamo”: la Diocesi apre l’Anno Pastorale

Paolo Emanuele · 6 anni fa

Cinquantuno anni fa, l’11 ottobre 1962, la Chiesa ed il mondo intero volsero gli occhi ed il cuore verso San Pietro, dove Giovanni XXIII apriva la stagione del Concilio Vaticano II. Una stagione che rinnovò il ruolo della Chiesa nel tempo e nel mondo. A mezzo secolo di distanza, la Chiesa lametina ha voluto rievocare quel momento e vivificare il senso del Concilio, con un convegno ecclesiale dal titolo "Anche noi crediamo perciò parliamo".

Il valore conciliare, come ha sottolineato il Vescovo Luigi Cantafora nella meditazione, «sta nella sinodalità, nel cammino comune che è proprio della Chiesa perché “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20). Una missione che, al giorno d’oggi, deve confrontarsi col cambiamento delle dinamiche relazionali: la società è fitta di intrecci e connessioni. Tuttavia, nella comunità umana, il ruolo del cristiano resta quello di evangelizzare, di ravvivare il dono della fede e della speranza, soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale». Un periodo che, come ci ha esortato il Papa, necessita di coraggio, un coraggio che “viene da dentro” e spinge la Chiesa intera a fare tutto il possibile: una Chiesa in comunione, fatta non solo di pastori ma di donne e di uomini, egualmente responsabili nell’evangelizzazione. è con unione e spirito di solidarietà, infatti, che bisogna affrontare questa sfida storica (Cagliari, 22 settembre 2013, Incontro del Santo Padre con il mondo del lavoro). Comunione che, ha sottolineato il presule lametino, «possiamo trovare solo in Cristo, il quale dà senso, valore e pienezza all’esistenza, aprendo i nostri cuori alla Speranza, insegnandoci la Via della salvezza».

Parole che trovano rispondenza nell’intervento di don Giacomo Panizza che ha posto in risalto la “corresponsabilità dei laici nella Chiesa”: i laici, per essere pienamente cristiani ed evangelizzare, devono immergersi nella società, interessandosi del bene comune.

Il convegno, ricco di contenuti e riflessioni, si è diviso in due parti. La prima, intitolata "La città nel tempo della Nuova Evangelizzazione" è stata introdotta da Tonino Cantelmi della Pontificia Università Gregoriana. Nel suo intervento, "Città e relazioni nella postmodernità", ha esaminato le mutazioni delle relazioni e delle reti solidali nella contemporaneità. Vi è, infatti, una netta differenza tra i cosiddetti “nativi digitali”, ossia la generazione nata in epoca tecnologica e gli “immigrati digitali”, nati in epoche precedenti. Per Cantelmi, «la rivoluzione tecnologica influisce decisamente nelle relazioni interpersonali, vi è una tecnomediazione delle relazioni. Ciò si riflette in un’assenza di empatia che è la capacità di comprensione dello stato d’animo altrui. Se in un rapporto manca l’empatia, diminuisce la capacità di essere solidali»: solidarietà che dovrebbe essere il fondamento di ogni organizzazione comunitaria. La risposta, secondo Cantelmi, sta nel capire che «nessuna tecnologia può sostituire un "incontro autentico"», oltre che in una dimensione più umana del tempo, che ci consenta di dedicarci all’altro. La velocità è, infatti, ritenuta sinonimo di efficienza e di successo ma snatura ed attenua le relazioni. Altro scoglio da superare è, infine, quello dell’apparenza: «Nel mondo tecnologico, l’importante è presentarsi e rappresentarsi. Non conta la sostanza bensì come ci rappresentiamo». Ciò, alterando l’espressione autentica della personalità, finisce per rendere difficili ed innaturali le relazioni.

La sezione conclusiva del convegno, dedicata a "La città e la fede", è stata condotta da don Luca Pandolfi della Pontifica Università Urbaniana. Don Luca ha sviluppato riflessioni su un tema attualissimo: "La svolta del Concilio e le strade della Nuova Evangelizzazione". La nuova evangelizzazione, infatti, prende le mosse proprio dal Concilio, una “nuova Pentecoste” che ha fatto “fiorire” la Chiesa «nella sua interiore ricchezza e nel suo estendersi maternalmente verso tutti i campi dell’umana attività» (Benedetto XVI, Discorso ai vescovi delle Chiese orientali, 20 settembre 2012). Il Concilio nasce, infatti, da un'idea costruttiva del mondo. Giovanni XXIII, nel "Discorso per la solenne apertura", riprese i cosiddetti “profeti di sventura”, gli ecclesiastici meno favorevoli al Concilio ecumenico, «capaci di vedere altro che rovine e guai». Tuttavia, la storia «è maestra di vita» ed anche ai tempi dei precedenti Concili «non tutto procedeva felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa». Non si doveva guardare alla realtà in modo riduttivo, stigmatizzandola come “un mondo di guai”: bisognava aprirsi per costruire insieme. In questo sta la “svolta” del Concilio, che ha aperto le strade della Nuova Evangelizzazione: la città non solo come mondanità ma come luogo di vita per la fede. Una svolta, quindi, che nasce dalla separazione non dicotomica tra fede e realtà. è l’inizio di una Chiesa dialogante, che guarda al presente ed al domani: per Giovanni XXIII è necessario che «la dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi». Le verità di fede possono essere comunicate in varie forme ma bisogna preservarne “il senso e l’accezione”. Nuova Evangelizzazione, quindi, non significa nuove tecnologie, non si riduce a tattiche o strategie di marketing: significa, per prima cosa, «rifare il tessuto cristiano delle stesse comunità ecclesiali» in forza della “partecipazione all'ufficio profetico di Cristo”, in cui i fedeli laici “sono pienamente coinvolti” (Giovanni Paolo II, "Christifideles laici", esortazione apostolica, 1988). L’evangelizzatore, infatti, non è colui che converte ma colui che comunica la buona novella, seguendo l’esempio evangelico del Cristo, tenendo conto che è lo Spirito santo a precedere gli apostoli e gli evangelizzatori in generale («Lo Spirito del Signore è su di me»: Is 61,1; Lc 4,18). Evangelizzare significa ripercorrere i passi ed imitare l’atteggiamento di Gesù, che si è incarnato, ha camminato con gli uomini, li ha ascoltati.

Altro valore del Concilio è la sinodalità, che non è una novità ma rappresenta la forma di comunione naturale della Chiesa. La riunione delle diversità è l’ordinarietà della chiesa, la cui natura è “trovarsi insieme”. In questo, il Concilio ha realizzato una Nuova Pentecoste, contraria alla “nuova Babele” ossia la convinzione che la chiesa è stabile quando esiste una gerarchia piramidale. In questo sta la svolta: nel fare sinodo e nel comunicare la buona notizia nella propria lingua, con il Vangelo nel cuore.

La strada per l’evangelizzazione che ci consegna il Concilio è, quindi, quella di accogliere le diversità, di ascoltarsi nella differenza, di mettersi insieme “come adulti nella Chiesa”, ponendo al centro della pastorale l'uomo integrale.