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Lavoro e Sviluppo

L’appello di una figlia sul web: “Papà ha perso il lavoro”

Gigliotti Saveria Maria · 6 anni fa

Il dramma della disoccupazione per chi appartiene ad un’altra generazione Nei giorni scorsi ha colpito molto l’opinione pubblica la storia di una giovane ragazza lametina, Giovanna Gallo, nota blogger ed esperta di social network, che ha pubblicato su Facebook una lettera in cui raccontava la drammatica situazione del padre, tipografo di professione, costretto a 57 anni a fare i conti con la piaga, purtroppo imperante, della disoccupazione.

La storia di Giovanna ha avuto subito una grossa cassa di risonanza, tanto da essere ripresa dalle più importanti testate nazionali e presentata in diretta tv da Massimo Gramellini nella sua rubrica a “Che tempo che fa”.

Nella sua lettera accorata la giovane blogger presenta, nel piccolo della sua esperienza soggettiva di vita, un quadro dell’Italia, e del Sud soprattutto, assolutamente disarmante quanto vero e disincantato, in cui il padre, tipografo “vecchio stampo” ma con tanta voglia di lavorare, si trova a dover fare i conti con una società trasformata, in cui la grafica è ormai quasi totalmente digitale e nella quale non sembra esserci più posto per un lavoratore della vecchia generazione, desueto alle nuove tecnologie e alle competenze richieste oggigiorno. Lei stessa, figlia della digital generation, si è rimboccata le maniche per cercare, tramite Internet e tutti i contatti reperibili tramite il networking, qualcuno che potesse assumere il padre, ma senza risultati.

Una vicenda drammatica quella di Giovanna, ma profondamente paradigmatica del periodo attuale: sì perché la storia di questa ragazza, e di suo padre, è un po’la storia di tutta l’Italia e del Meridione in particolare. Si parla molto spesso di disoccupazione giovanile, ma molto di sommerso riguarda anche la situazione di migliaia di italiani di mezza età, uomini e donne appartenenti ad altre generazioni, che quotidianamente devono fare i conti con una società che, inconsapevolmente o consapevolmente, li estromette dal percorso produttivo e lavorativo, perché ritenuti non al passo con i tempi e ‘ignoranti' (nel senso letterale del termine) di tutto ciò che ormai guida il ciclo produttivo, ovvero la competenza nel saper utilizzare le nuove tecnologie. Non è una novità che il “digital divide”, ovvero il divario enorme che intercorre tra chi è in grado di avere accesso alle nuove tecnologie digitali e chi invece non può per motivi di vario genere (disponibilità economica, livello di istruzione, età, sesso ecc) rappresenta una profonda preoccupazione della società postmoderna, ma fa ancora più scalpore l’assenza, o inconsistenza, di adeguati percorsi di riqualificazione e formazione che permettano a persone come il padre di Giovanna di potersi reinserire nel ciclo produttivo e riappropriarsi così di quel diritto al lavoro che tutti, nessuno escluso, deve avere garantito senza discriminazioni di sorta.

Come tutte le storie italiane però, anche questa di Giovanna, dietro la patina di una vicenda di vita così problematica, cela anch’essa profondi motivi per sperare ancora in un futuro migliore: il sincero affetto di una figlia che si occupa e preoccupa di suo padre, che vuole aiutarlo a trovare lavoro, ricorda a tutti come non sono solo i genitori a doversi occupare dei figli, ma anche i figli dei genitori: questo è il vero concetto cristiano di famiglia, non dobbiamo mai dimenticarlo.