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Cultura

Un itinerario di vita: pedagogia dell'amore e democrazia

Antonio Pittella · 6 anni fa

Il libro che ho pubblicato nell’anno 2005, Fratelli Gigliotti Editori, Lamezia Terme, avente per titolo: “Pedagogia dell’amore e Democrazia come itinerario di vita”, mi è tornato in mente, a seguito del Pellegrinaggio in Terra Santa organizzato dalla Diocesi di Lamezia Terme dal 9 al 16 di novembre 2013. Ciò è avvenuto perché l’esperienza fatta nella terra di Israele mi ha riportato in mente molte delle riflessioni esposte nel libro; questo risveglio, credo, si è verificato perché quella terra, quei luoghi, dove milioni di persone, da oltre duemila anni ad oggi, si recano, probabilmente,

per trovare un punto di riferimento e di incontro, che favorisca un cammino verso una nuova vita contrassegnata dalla speranza. La Terra di Israele, per i pellegrini che la guardano con sentimenti religiosi ha la prerogativa di sviluppare nel loro “essere” forti e intense emozioni. L’animo si inonda di serenità trascendentale, al punto di farti sentire “Particella” di “eternità”: verosimilmente accade perché la missione di Gesù è ancora presente sulle strade che lo videro Crocifisso per amore.

L’amore è l’oggetto delle riflessioni contenute nel libro: amore come metodo di vita che deve guidare le azioni e i comportamenti della persona umana, amore nella pratica educativa della famiglia e della scuola; amore come itinerario di vita nella politica, amore come nutrimento della cultura e dello spirito, amore che guida e incentiva le idee di coloro che hanno a cuore il bene comune e l’uguaglianza sociale, amore per la conquista della giustizia e della pace.

Prima riflessione

Da una analisi dell’attuale contesto storico sociale si rileva che i comportamenti umani sono prevalentemente dominati dal principio edonistico dell’“ESISTERE” a discapito dell’“ESSERE”. Da qui l’esigenza della riconversione del pensiero: occorre riscoprire alcuni canoni che sostanziano l’uomo come “Essere Pensante” e non solo come “Materia Vivente”. L’uomo deve riqualificarsi come Persona con Valori non solo esistenziali, che attengono prevalentemente al contingente, ossia all’oggi, alla convenienza per vivere la vita del provvisorio, del guadagno, del benessere materiale, del divertimento e del potere, ma deve includere nel suo essere particella di questo mondo canoni di pensiero che superano la provvisorietà, che vanno al di là dell’interesse materiale dell’oggi, per proiettarsi in dimensioni di vita che generano e affermano Valori di amore, di accoglienza, di uguaglianza, di aiuto reciproco, di fratellanza e di pace. Questi valori caratterizzano la Persona Umana non solo come “substantia individua razionalis naturae”(S. Boezio), ma anche sostanza di natura spirituale: “Non andare fuori ricerca dentro di te perché la verità si trova nel tuo intimo” (S. Agostino). Ricercare la verità è compito fondamentale della Persona Umana, anzi la Persona si qualifica come tale proprio perché vuole conoscere i valori universali del suo essere in questo mondo.

L’antropologia ha come obiettivo la conoscenza dell’uomo, si è sempre interessata, fra l’altro, a capire la natura dell’uomo, il suo destino nel presente e nel futuro, come occorre affrontare gli innumerevoli problemi del quotidiano, come si concluderà l’esistenza su questo mondo. Spesso, però, non ha saputo indicare le vie da seguire per raggiungere obiettivi certi, duraturi e non convenzionali. Il tentativo di dare delle risposte attendibili si è impelagato in una sorta di grovigli esistenziali. Questo è dovuto, a giudizio di molti studiosi, in quanto, la ricerca ha seguito teorie che si richiamano all’esistere dell’“essere uomo”, considerato come agente proiettato, prevalentemente, nel corso della sua esistenza terrena, al contingente, alla realtà scientifica, alla prova dei fatti. Ciò si è verificato perché, nella storia del pensiero filosofico e scientifico, pochi sono stati coloro che si sono soffermati a riflettere sulla valenza dell’uomo inteso come persona, ossia come “Essere” dotato di intelligenza, ragione e spirito. Malebranche nella prefazione al suo libro pubblicato nel 1674 – De la recherche de la vèrité - scrive che “di tutte le scienze umane, la scienza dell’uomo è la più degna dell’uomo: tuttavia questa scienza non è la più coltivata ed è la più incompleta che possediamo”. Questo si è verificato perché nella storia del pensiero filosofico pochi sono stati gli studiosi che si sono soffermati a riflettere sulla valenza dell’antropologia come scienza dell’uomo anche in prospettiva metafisica e trascendentale. Il bene dell’uomo è coinciso, quasi sempre, con il bene terreno, con l’esistere per una affermazione edonistica e relativista.

Immanuel Kant ritiene che la filosofia in “senso cosmico” si può compendiare nelle seguenti domande: 1) che cosa è l’uomo, 2) che cosa può conoscere, 3) che cosa può fare, 4) che cosa gli è consentito sperare. E’da ritenere che per dare una risposta a queste domande occorre avere cognizione dei concetti “Esistere ed Essere dell’uomo”. L’antropologia ci aiuta a rispondere alla prima domanda, la metafisica alla seconda, la morale alla terza e la religione alla quarta”.

Volendo, però, sintetizzare, con una esemplificazione, si potrebbe accomunare la ricerca in un percorso indirizzato, prevalentemente, sullo studio dell’antropologia, in quanto, essendo questa la scienza dell’uomo nelle accezione dell’essere e dell’esistere, equivale ad orientare la riflessione conoscitiva relativa alle domande, sugli aspetti immanenti, trascendenti e trascendentali dell’essere umano.

Il percorso che porta alla pedagogia dell’amore, in qualche modo lo possiamo allora intravedere nelle domande poste dal padre dell’idealismo: Immanuel Kant; gli interrogativi sono: “Perché e cosa deve conoscere l’uomo? Perché e cosa deve fare? Perché e cosa deve sperare?...” Conoscere, fare, sperare, ecco queste sono le azioni e le idee che debbono guidare il cammino dell’uomo durante la vita terrena.

La conoscenza orientata esclusivamente all’“esistere” fa parte della natura, conoscere per l’“essere” richiede la presa di coscienza della volontà finalizzata a scoprire e capire il destino dell’uomo nella vita presente e in quella futura, e, se possibile, anche dopo la morte. Conoscere allora vale ad indagare sul perché della nostra esistenza, su cosa dobbiamo fare, sugli atteggiamenti che dobbiamo tenere nel cammino della nostra vita, in qualità di particelle vitali e pensanti di questo mondo. Un mondo che ha bisogno dell’intervento umano, così come l’uomo si nutre del mondo nella più ampia accezione. Possiamo affermare che l’attività conoscitiva è l’elemento vitale, pregnante e portante dell’agire umano. “Conosci te stesso” affermava Socrate; “Penso dunque sono” diceva Cartesio. Conoscere se stesso, scoprirsi portatore di intelligenza, di volontà e di spiritualità è fondamentale e propedeutico a tutte le altre conoscenze. L’attività del pensiero, la formazione del concetto, l’analisi e la valutazione dell’essere e dell’esistere generano spinte per una ricerca che spesso proietta l’uomo a indagare nell’infinito e nell’eterno: “Fatti non foste a vivere come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, scrive Dante nella Divina Commedia.

Allora cosa occorre fare?: agire per vivere, per creare condizioni di vita sempre più accettabili, per l’ordine e la giustizia sociale, per l’affermazione dei valori di uguaglianza, di libertà, di fraternità e di solidarietà. Bisogna dare un senso vero al destino dell’uomo, alla sua storia, alla sua dimensione di microcosmo collocato nel macrocosmo, occorre riscoprire e valorizzare l’aspetto spirituale della persona, in modo che possa aspirare ad una vita ultraterrena, vita senza tempo e senza storia piena di felicità e di amore.

Nell’Enciclica Veritatis Splendor del Papa Giovanni Paolo II si legge: “Ogni uomo non può sfuggire alle domande fondamentali: che cosa devo fare? Come discernere il bene dal male? La risposta è possibile solo grazie allo splendore della verità che rifulge nell’intimo dello spirito umano”.

Allora cosa bisogna fare? Pellegrinare, verso la ricerca della verità, in modo da potere individuare un punto sicuro e vero nel cammino della vita, guardare con serenità e con fede la luce che promana dal volto di Dio: “Non abbiate paura di spalancare la porta a Cristo”.

Il filosofo John Henry Newman, come del resto ripete spesso anche Papa Francesco, diceva che ognuno di noi può arrivare alla verità tramite la coscienza, perché “La coscienza è il maestro di Dio nel nostro intimo”

Spalancare la porta a Cristo vuol dire accettare di vivere per l’affermazione dell’amore, della giustizia, della carità, ossia abbracciare gli insegnamenti contenuti nei Vangeli e metterli in pratica nel vivere quotidiano. Vangelo significa buona novella e la “Buona Novella”, afferma Papa, Giovanni Paolo “E’sempre un invito alla gioia”. Operare secondo tutto ciò che dà intima e vera gioia, non farsi ingannare dai molteplici allettamenti che veicolano nella società del consumo, del potere e del guadagno; essere forti e determinati nel rifiutare gli ingannevoli idoli della vita moderna. Questa condotta di vita, sicuramente, viene potenziata dalla speranza.

Sperare: la speranza è il sentimento che dà un senso all’agire umano, probabilmente, senza di essa la vita sarebbe un camminare in un cunicolo buio, ci si priverebbe della gioia che sostiene l’umana condizione, perché non avrebbe senso gioire immaginando una vita che finisce nel nulla, dopo un cammino estemporaneo e privo di prospettive. La speranza di una vita dopo la morte rende l’uomo felice, pur nell’ansia di una ricerca costante delle vie, talvolta tortuose, che offrono tale possibilità.

L’uomo di tutti i tempi, e, ancor più, del tempo moderno, caratterizzato da innumerevoli frastuoni, da futili passatempi ed inganni ha bisogno di riscoprire la dimensione della gioia, ha necessità di riappropriarsi dalla disciplina antropologica sorretta da verità inconfutabili (ragione e fede che si richiamano e si integrano a vicenda), rincorre orizzonti luminosi e sicuri. Le folle oceaniche di giovani che si radunano in qualunque parte del mondo ogni qualvolta il Papa li convoca, e/o le centinaia di milioni di pellegrini che ogni anno visitano i diversi santuari dei culti religiosi e, in particolare la Terra Santa di Israele e Gerusalemme, sono la dimostrazione eclatante del bisogno di gioia e di speranza; gioia e speranza che scaturiscono dalla dimensione spirituale della Persona umana che sono certezza di vita vera, solidale, profonda e di amore, amore che solo Dio può dare