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Giovedì Santo, messa crismale: "Il mondo ha bisogno di sacerdoti che siano modelli per il gregge"

Scritto da Vescovo, Luigi Antonio Cantafora. Postato in La parola del Vescovo

Carissimi presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, popolo santo di Dio, l’olio di letizia, che è il centro di questa liturgia crismale, invada il nostro cuore e la nostra vita! Ci riempia della presenza del Signore e ci faccia pregustare la bellezza del cielo. Il Signore, chiamandoci a sé come “i dodici”, ci ha fatti diventare familiari di Dio, suoi amici; perciò, oggi vogliamo contemplare la bellezza del nostro essere cristiani, e quindi del nostro essere presbiteri, uomini consacrati per il popolo. Rinnovare la nostra adesione al Signore, la nostra partecipazione al suo sacerdozio, non assume un valore rituale, ma si realizza sacramentalmente ancora oggi per tutti noi. Per ciascuno è la promessa: «tu sei sacerdote per sempre, al modo di Melchisedech». Con Melchisedech entra un ordine nuovo, non più basato sull’appartenenza alla casta sacerdotale della tribù di Levi, ma sulla gratuità della libera e imperscrutabile chiamata del Signore. Carissimi, questo è il sacerdozio di Melchisedech: la gratuità dell’amore di Dio! Perciò possiamo anche noi gridare: “A Colui che ci ama e ci ha liberato dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e padre, a Lui la gloria, la potenza nei secoli dei secoli”. Il brano del profeta Isaia che abbiamo appena ascoltato, parla di “olio di letizia invece dell’abito da lutto” in riferimento alla consacrazione e all’unzione del Messia, inviato per predicare un “lieto annuncio ai miseri”. Secondo la Scrittura, nell’olio si riflette la generosità di Dio e la sua misericordia. Già nell’antico Israele, veniva usato per lenire, curare, consacrare re e profeti; anche oggi l’olio è utilizzato per “consacrare”. Chi viene unto assume speciale rilevanza e “viene messo a parte” per Dio e per “gli uomini che Egli ama”. L’olio di letizia pertanto è l’olio della consacrazione e dell’unzione del futuro Messia, che Dio invierà per predicare “il” lieto annuncio ai miseri. Gesù Cristo è l’Unto per eccellenza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione(Lc 4,16-20)Il Padre unse il Cristo con l’olio di letizia a preferenza dei suoi eguali”, lo unse e lo mandò nel mondo pieno di grazia e di verità.Lo unse perché ungesse.Veniva ad ungere le nostre piaghe e a lenire i nostri dolori; perciò venne unto, venne mansueto, mite e ricco di misericordiaper tutti quelli che lo invocano”, commenta S. Bernardo. In questa cattedrale, un profumo intenso, profondo, delicato si spande sulle nostre vite e ci attrae. Oggi “questa casa diocesana” profuma del profumo di Cristo “morto e risorto ed ora vivente per sempre”, come ci ha detto il libro dell’Apocalisse. Consacrare gli Oli, allora, è una gioia per la nostra Chiesa: le procura infatti, il farmaco per la fatica del cammino, e la letizia di essere famiglia. Questo rito ci ricorda che all’inizio di tutto non c’è quello che facciamo noi, ma ciò che Dio fa per noi. È Lui che si effonde per noi, che dona gratuitamente ancora oggi la sua vita! Conserviamo perciò integro l’aroma degli “Oli santi” che hanno già unto la nostra vita e diffondiamo nel popolo a noi affidato, il buon odore di Cristo: con l’olio della fortezza (l’olio dei catecumeni): l’olio delle consacrazione (il sacro crisma); e l’olio delle consolazione (l’olio per l’unzione degli infermi). Carissimi sacerdoti, in questo giorno splendido siamo invitati a gioire per il dono che ci è stato affidato. Perciò, ricordando che noi siamo sacerdoti per il popolo, vorrei che accogliessimo in profondità l’esortazione dell’apostolo Pietro: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri … non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,3). Il richiamo al buon pastore che dà la vita per le sue pecore in questi giorni è l’immagine del Cristo percosso e umiliato, abbandonato dai suoi; un pastore che non ottiene risultati positivi dalle pecore, che vive un’esperienza dolorosa di perdita, di fallimento, di solitudine, ma non per questo abbandona il gregge, anzi! Continua a dare la vita, fino alla fine. Essere pastori, essere veramente padri del gregge, comporta proprio questo dono costante di sé per far vivere altri, per generare il popolo di Dio a una vita nuova. Il sacerdozio “ordinato” è un sacramento del servizio, che è finalizzato a generare e rigenerare, in Cristo, la vita del popolo di Dio. Questo mistero, carissimi, ci rinnova tutti perché ci spinge a convertirci all’amore al nostro popolo, conversione che spesso passa attraverso la croce! Farsi modello del gregge significa allora che i nostri comportamenti parlino prima e di più delle nostre parole. La nostra vita è chiamata a testimoniare l’amore grande, gratuito, che il Signore ha avuto per noi nel chiamarci. Siamo consapevoli di questo? L’apostolo Pietro, dopo aver sperimentato sulla propria pelle il rinnegamento e l’amore smisurato di Gesù per lui, il suo perdono, osa dirci queste parole in modo accorato: «Pascete il gregge… sorvegliandolo volentieri!». Il nostro sacerdozio non è allora solo una funzione, è un servizio che ci è stato affidato! Esso regala anche a noi di vivere un rapporto privilegiato con il Signore e trasmettere un amore di predilezione per ogni fedele affidato alle nostre cure. Se Mosè non avesse condotto a Madian le sue greggi, non avrebbe visto Colui che era nel roveto! Noi, come buoni amministratori, abbiamo la responsabilità e la gioia di vivere questo servizio “volentieri”, dice ancora l’apostolo Pietro. È veramente così, carissimi? Questo avverbio “volentieri”, lascia intendere una disinvoltura, una naturalezza, una grande gioia nel ministero! Custodire il gregge “volentieri”! Non è facile o forse non è semplice essere preti oggi, ma la via è sempre uscire da se stessi per incontrare l’altro. “Oggi si deve affrontare con coraggio una situazione che si fa sempre più varia e impegnativa. In questo contesto, chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo” (S.G. Paolo II, Novo millennio ineunte n.39-40). Così, carissimi, per essere modelli per il gregge, con tutti i limiti delle nostre persone, siamo invitati a rendere visibile Cristo Buon Pastore che è sempre con noi. È l’unione con Lui che ci rende pieni di compassione, amorevoli, benevoli, miti. Il mondo oggi ha bisogno di guide piene di carità, non solo di legislatori; ha bisogno di padri amorevoli, non di padroni che danno ordini; ha bisogno di modelli a cui guardare con stima e ammirazione. Soprattutto i giovani hanno bisogno di figure esemplari, testimoni credibili che li attirino verso la bellezza della vita cristiana, non solo amici di pizzeria! Diventeremo pastori “come” il Buon Pastore non per le nostre qualità, ma per l’attaccamento nostro al Signore Gesù, per il dono della nostra vita, vissuto “volentieri”. Questa sera entreremo nel Triduo Pasquale. La Chiesa, per inserirci davvero nel mistero della Pasqua di risurrezione, ci invita a seguire Cristo sofferente e crocifisso. Non c’è altra via. Noi per primi siamo attraversati da una domanda seria: “Credi a un Dio che si presenta umile, benevolo, pieno di tenerezza? Credi a un Dio crocifisso?” Rispetto all’incredulità crescente attorno a noi, la risposta non può essere solo: «miglioriamo la catechesi, organizziamoci meglio». Bisogna puntare sull’essenziale, annunciare e accogliere un Dio che si esprime amando nella fragilità, un Dio che risplende nell’estrema immobilità di un Crocefisso. Se siamo obbedienti allo Spirito che ci è stato dato in dono con l’unzione, la gloria di Dio si manifesterà anche nella nostra povera e fragile carne. Sono convito che il Signore ci mostrerà che le prove che stiamo attraversando in questo nostro mondo, sono la circostanza per la “nostra bella professione di fede” in Cristo, che ha fatto di noi un Regno di sacerdoti. Oggi, carissimi, in questa messa del Crisma, rinnoviamo volentieri la nostra disponibilità a Dio e l’impegno di un servizio vicendevole, nella ministerialità della Chiesa diocesana, consegnando l’assenso del nostro cuore. Ci assista la Santa Madre di Dio che invochiamo con il bellissimo titolo di Madonna della Quercia, sicuri che sarà in mezzo a noi, come lo fu a Pentecoste al centro della Chiesa nascente.