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Il Posto delle Fragole

Crimini e misfatti (Crimes & misdemeanors, 1989, Stati Uniti- di Woody Allen)

Gianlorenzo Franzí · 1 mese fa

Due storie che corrono parallele, intrecciandosi e svincolandosi, rincorrendosi senza raggiungersi, se non nel finale. Due uomini, Judah Rosenthal e Cliff Stern. Quanto il primo è realizzato, con un matrimonio all'apparenza perfetto, un lavoro sudato e pieno di soddisfazioni e riconoscimenti, un mondo di amicizie sincere e altolocate; tanto Cliff è infelice, con una moglie che lo umilia ed è sul punto di lasciarlo per il suo amante, e il suo lavoro di regista senza futuro lo soverchia. Judah ha un'amante che, respinta, minaccerà di dire tutto in pubblico rovinando la sua immagine; decide allora di ucciderla. Pagherà un sicario, si sbarazzerà della donna e la farà franca. Mentre Cliff si innamorerà di una donna ma sarà respinto e vedrà naufragare il progetto che poteva riabilitarlo come cineasta. Woody Allen chiude i suoi anni '80 con “Crimes and misdemeanors”, paradigma assoluto del suo pessismismo. Anche qui come nelle sue opere migliori trova il magico punto di contatto tra commedia e dramma: ma l'umorismo, per quanto acido, corrosivo e corrivo, cosparso di un understament colto e raffinato, non stempera l'amarezza che ammanta le vite dei protagonisti. Non c'è il riscatto grottesco, seppure di un perdente, di Alvy Singer (in “Io & Annie”), non c'è la rassegnazione solipsistica e per questo di compiaciuto onanismo di Isaac (in “Manhattan”). “Crimini e misfatti” è oscuro fin dal titolo, assoluto e buio nelle intenzioni, disperato, se ci costringe a guardare il lento deperimento dell'uomo nella sua stessa malvagità. E' un film sullo sguardo: quello che Judah sente su di sé fin da piccolo, che non gli impedirà di sfumare la sua etica, che non gli impedisce di scendere a patti con la sua anima; quello di Dolores, che vuole vedere Miriam, che sostiene che gli occhi sono la finestra dell'anima, resterà con gli occhi spalancati a guardare il nulla, morta; quello di Cliff, che guarda per mestiere; quello del rabbino Ben, che resterà cieco. Ma CRIMINI E MISFATTI è soprattutto il film sullo sguardo di Dio, impietoso, ineffabile, immoto. Ben, il portatore della Sua parola, rimarrà cieco, perché incapace di aprire gli occhi sul nulla che regna: siamo in un mondo senza più guida, senza morale, che cerca e guarda in ogni dove alla ricerca di un qualcosa che può sostituire l'innocenza che abbiamo perso. Senza trovarlo nell'amore, che ormai non riesce neanche più a premiare le anime buone ma converge sul successo, sui soldi, su un'importanza esteriore; né nel sesso, che assume forme e devianze malate e tortuose (per Judah ha assunto lo spessore della tensione, dell'angoscia di chi si nasconde, per la sorella di Cliff è un maniaco che le evacua addosso). Questo capolavoro ha poi la struttura di una complessa detection story in cui tutti, spettatore compreso, sono colpevoli-vittime-investigatori di aspetti diversi della realtà: si mente per paura o ambizione, si cerca con interesse o disgusto, si vuole comunque comporre un puzzle intellettuale ed emotivo capace di coerenza e autonomia rispetto al caos che domina l'universo, anche se tutte le tessere combaceranno (nella sequenza finale) per merito esclusivo di un destino cieco e crudele, dotato di un'ironia che non dà tregua. Le due storie principali illustrano due momenti diversi -o meglio due sviluppi narrativi possibili- dello stesso tema (l'adulterio come naufragio) giocato su un registro apparentemente dimesso che fonde con squisita naturalezza sfoghi melò e aforismi sussurrati, squarci espressionisti (gli occhi aperti/chiusi) e allucinazioni della psiche (i flashback, destinati non a illustrare i ricordi dei personaggi ma a sondarne le ferite). Eppure il film indica comunque una via, estremamente ardua, che porta non alla felicità (giusto premio, naturalmente, di chi non la cerca e non la merita) ma alla comprensione. Qual è, dov'è il senso di un'esistenza illogica, disumana, letteralmente mortificante? Nella sua dimensione temporale, la vita come combinazione fortuita di frammenti giustapposti è fonte di un'ingiustificata, comprensibile speranza: ci si illude di potere, in un futuro indefinito, ridere di ciò che, per ora, causa disperazione. La speranza è alimentata dal cinema e dall'umorismo, dispositivi artistici che sfruttano la distanza e la simulazione per ri-creare un'umanità votata all'autodistruzione, consapevole o meno; la volontà di non osservare, non dire, non rispettare nulla (neppure se stessi) mummifica cervello e cuore, chiude il corpo in una gabbia opaca da cui si evade attraverso il fascino ultraterreno del grande schermo. “Crimini e misfatti” resta infine una delle opere più nere e più compatte filosoficamente di Allen, la più importante. Decisivi gli attori: una impressionante gara di bravura fra Anjelica Houston e un indimenticabile Martin Landau, uno dei più grandi attori viventi; bravi e intensi anche Alan Alda e Mia Farrow. Un film capolavoro, requiem di un'epoca, suggellato da una frase finale da brivido: “Buon Dio! Se vuole un lieto fine, amico mio, vada a vedersi un film hollywoodiano!”