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Psicologia e dintorni

La parola e le sue frontiere

Lia Pallone · 19 giorni fa

Viviamo un'epoca in cui l'accesso alla multimedialità ha certamente aumentato le competenze linguistiche di ciascuno sia in quantità che in qualità. Non sempre, tuttavia, i linguaggi tecnici sono contestualizzati ed usati correttamente da chi non è del “mestiere” creando, specie in taluni casi, forti e inopportuni condizionamenti. Mi riferisco in particolar modo al linguaggio “psichiatrico” che impregna il linguaggio comune… “sei fuori di testa, ansioso, paranoico, schizoide, nevrotico, ossessivo- compulsivo, fobico, anoressico, narcisista, depresso, ecc…” laddove le scienze psichiatriche e psicologiche hanno ormai evoluto la terminologia psichiatrica classica definendo le espressioni del disagio “stili relazionali”, ossia le tendenze e le modalità attraverso le quali ognuno esprime la propria sofferenza .
Invece, le relazioni sociali e specie quelle familiari sono spesso tinte dall'uso indiscriminato di termini che imprigionano le relazioni stesse etichettandole e rendendole “malate” senza rimedio.
Quanto usato con superficialità e genericità ignora non solo il vero significato di alcuni termini tecnici ma quand'anche esso fosse chiaro al soggetto che li usa, quel che non è chiaro e prevedibile è l'impatto che certe parole hanno sulle persone cui sono dirette. Esistono, infatti, personalità con sane strutture difensive capaci di restituire al mittente quanto suona e tuona come una vera offesa alla propria identità; esistono, tuttavia, identità che sottendono una fragilità psichica che ha fondamento in una storia personale di pregressa sofferenza e che possono essere ulteriormente minate dal ricevere giudizi di questa tipologia: essi si radicano come “sentenze non più impugnabili” nella mente di chi non ha un buon contatto con se stesso, non ha potuto costruire sani strumenti difensivi e di conseguenza vive di già relazioni distorte ed inquiete. I danni, in tali casi, assumono una specifica rilevanza in quanto confermano la preesistente disistima e sfiducia e stigmatizzano una condizione di vita dentro classificazioni che, di certo, non hanno in sé una speranza evolutiva ma solo un dannosa predizione psicopatologica.
Nell'epoca in cui ognuno di noi è bello che abbia libertà di parola, tuttavia, non ha libertà di offendere l'altro e renderlo patologico!
Non a caso questa libertà di parola ha avuto, nel tempo recente, l'attenzione di intellettuali e studiosi che hanno voluto restituire il senso dovuto alle “parole” condannandone l'uso indiscriminato.
Mario Luzi, poeta, lo fa con estrema elevatura:

Vola alta parola, cresci in profondità,
tocca il nadir e lo zenith della tua significazione, giacchè talvolta lo puoi…
…però non separarti da me,
non arrivare, ti prego, a quel celestiale appuntamento da sola, senza il caldo di me
…sii luce, non disabitata trasparenza.

In quest'ultima espressione è racchiusa l'attuale degenerazione dell'uso della “parola” che troppo spesso non ha considerazione dell'umanità dell'altro ma è solo strumentale all'affermazione del proprio potere sull'altro. Intento per nulla nobile e, pertanto, condannabile.
Nella esperienza terapeutica, si ascoltano persone che si presentano devastate dai giudizi e dalle etichette, già definendosi “clinicamente” perché qualcuno in famiglia o nel gruppo di amici le ha “qualificate” come tali. Ne segue un fine e delicato lavoro terapeutico attraverso il quale delegittimare quanto introiettato dalla persona e gradualmente ri-costruire una sana rappresentazione di sé libera da appellativi carichi di malattia.
Non perdo occasione per disquisire su questa tematica al fine di indurre la riflessione attenta di ognuno su quanto sia importante la “parola” nelle relazioni e su quanto, nella fattispecie, sia lesivo sottolineare le inadeguatezze dell'altro facendolo sentire in “down” (sotto) per sentirsi, “falsamente” in una migliore condizione… in “up” (sopra).
La parola, pertanto, può essere strumento potente allorquando costruisce salute nella reciprocità relazionale ed emozionale, allorchè “guarisce”… diversamente è “parola disabitata e fallimentare”.