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(Dia)logos

L'etimo fuggente: la misericordia…

Francesco Polopoli · 2 mesi fa

Di essa conosciamo una corposa stringa sinonimica (compassione, comprensione, pietà, buon cuore, benignità, generosità, carità, umanità, riguardo, perdono, tolleranza, indulgenza, clemenza), oltre che antonimica nei suoi contrari (crudeltà, spietatezza, incomprensione, intolleranza, intransigenza), scusandomi per il pleonasmo! Cosa sia, intimamente, a giustificazione semantica, lo dice l'etimologia, che è il metodo scientifico attraverso cui si snocciola un etimo che, letteralmente, alla greca, vale pure per verità. Dal latino “misericordia”, sostantivo, o “misericors”, aggettivo, il tema è il medesimo: quello di “miserere”, “aver pietà” e “avere a cuore”. Non solo: ho sempre pensato ad un valore parallelo legato alla precarietà della nostra esistenza: Dio è colui che ha nelle corde (“cor”) la miseria (“miseries”) umana. E la cosa è viscerale! Perché, direte!? Il termine rachamim, appartenente alla tradizione biblica, formato da rehem (םחר) utero e mayim (םימ) acque, ci parla di un grembo che è quello di Dio, in cui ciascuno di noi è perennemente generato. Questo vocabolo semitico agisce da disvelamento di senso ed orientamento: attraverso esso conosciamo quell'accento materno di Dio che ama e che non può fare a meno di amare; come una Madre, le cui viscere fremono di compassione e timore davanti al proprio figlio, dinnanzi al mistero di un tu che, visceralmente parte di lei, è altro da sé: «Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione». (Osea 11,8) E ancora: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).