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(Dia)logos

Peccato, ci si mette pure l'etimologia!

Francesco Polopoli · 2 mesi fa

Sul piano paremiologico esiste un repertorio ricchissimo su questo tema: “brutto come il peccato”, bruttissimo | “fare il peccato e la penitenza”, ricevere la punizione nel momento in cui si commette la colpa | “non avere né colpa né peccato”, essere del tutto innocente | “si dice il peccato ma non il peccatore”, è lecito parlare di una colpa o di un errore, ma non fare il nome di chi ne è responsabile. Insomma, il lessico non è digiuno di questa espressione: la parola fa gola e merita una confessione “etimologica”. In greco (da considerare che i nostri Vangeli sono scritti in greco), “peccato” è “amartia”, che vuol dire (è un termine sportivo!): “tirando con l'arco, io sbaglio il colpo”. Non faccio segno, quindi! Cosa può in-segnar-mi tutto ciò!? Nulla. La voce latina “peccatum” ci viene incontro ad allargare lo spettro semantico, dipoi: dal lat. “peccus”, derivato da “pes-pedis” (piede), significa, grosso modo, “difettoso nel piede”, come “mancus” (mancanza) esprime, strutturalmente, come nocciolo costitutivo del termine, un difetto alla mano. Qual è la retro-comunicazione di senso, in tutto questo scavo di logos!? Cammino inceppato per la propria esistenza, pare evidente! Meno male che Dio vede e provvede o, come dice Dante, prossimo all'anniversario, nel 2021,
Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.
Agire, però, per correggersi, senza vivere di rimpianti e rimorsi, è la soluzione migliore da intraprendere: “Se la vita avesse una seconda edizione. Ah, come correggerei i refusi!” (Oscar Wilde), non è l'esclamazione migliore per me, assolutamente no!