·

Attualità

La storia di Aisha tra pregiudizi e solidarieta'

Mirella Madeo · 1 mese fa

Aisha, giovane somala, racconta a “Lamezia Nuova” la sua storia ed il suo lungo e difficile percorso per integrarsi nella nostra comunità. È una delle tante persone di altra nazionalità che ogni giorno arrivano nel nostro Paese, con la speranza di una vita migliore. Gente che lascia tutto, i propri cari, le loro certezze, per una terra sconosciuta, piena di incognite e senza il conforto dei loro figli, mariti, mogli e genitori.
Era una ragazzina di diciotto anni quando arrivò in Italia. Prima del 2009 la Somalia era sotto assedio di fazioni popolari che tenevano sotto scacco l'intero Paese, dando origine a continue esplosioni di ordigni, costruiti anche artigianalmente. Negli anni a seguire, l'imperversare di una cruenta guerriglia tra i diversi gruppi del territorio, costrinse la sua famiglia, come tante altre nel suo “villaggio”, ad una vita di stenti e di soprusi.
Cosa ricordi della tua infanzia?
“Da quando sono nata non ricordo un solo giorno di pace nel mio Paese. La mia prima giovinezza è trascorsa nella paura che accadesse qualcosa di brutto ai miei familiari, timore che si è acuito ulteriormente quando la presenza dell'autorità presidenziale fu letteralmente sopraffatta dall'insurrezione di numerose ‘bande di facinorosi', che ben presto cedettero il passo alla supremazia di potere esercitata da ‘Al-Shabaab', movimento di resistenza giovanile che, attraverso azioni violente semina, ancora oggi, terrore e morte tra la gente del posto. Ero già in Italia quando tutto ebbe inizio, perciò ho vissuto solo attraverso i racconti dei miei cari, quanto stava accadendo nella mia patria. Vivere quelle barbarie lontana da loro, non faceva che accrescere le mie ansie per la loro sorte”.
Cosa ti ha spinto a venire l'Italia?
“Sentendo sulle mie spalle la responsabilità di essere la prima di nove figli, appena maggiorenne, per sollevare la mia famiglia da una situazione che diventava ogni giorno più drammatica, nonostante la guerra fosse ancora lontana dallo scoppiare, decisi di accettare l'invito di mia zia, già da anni in Italia. Al contrario di molti miei connazionali che approdano sulle coste del vostro Paese a bordo di barconi di fortuna, in balia di scafisti senza scrupoli, richiedenti riconoscimento di rifugiato politico, sottraendosi ad un conflitto sempre più aspro, che non lascia altra scelta se non quella di fuggire per raggiungere altri orizzonti, feci ingresso in Italia in aereo. La mia avventura in una terra che non era la mia, lontana dalle mie radici e dai miei affetti più cari, ha avuto inizio a Firenze, presso una struttura di accoglienza. Per mesi, oltre a frequentare le lezioni di italiano per imparare velocemente la lingua, mi sono alzata alle quattro del mattino per mettermi in fila all'ufficio del lavoro, alla disperata ricerca di un'occupazione che mi consentisse di aiutare i miei familiari. Questa speranza mi ha dato coraggio e conforto nei giorni più rigidi di quei lunghi inverni segnati dalla nostalgia, momenti per sempre scolpiti nella mia mente. Quando la responsabile della casa dove alloggiavo mi disse che mi aveva trovato una famiglia che aveva bisogno di una babysitter, pensai di avere dato una svolta alla mia vita. Solo in seguito capii che la strada per la “salvezza” era ancora lunga e piena di insidie. Mi presentarono alla signora dove dovevo lavorare. Dopo sette mesi dal mio arrivo, parlavo già perfettamente l'italiano, tant'è che i miei docenti, sostenevano fosse un peccato che abbandonassi gli studi, avendo una notevole capacità di apprendimento, ma il mio unico pensiero allora era quello di lavorare per mettere da parte qualche spicciolo da mandare in Somalia”.
Hai avuto difficoltà?
“La signora presso cui lavoravo, al contrario di quanto era stato concordato con la direttrice della casa di accoglienza, oltre ad assolvere al ruolo di balia per il quale ero stata assunta, mi costringeva a fare le faccende domestiche ed altri lavori molto pesanti. Non resistetti molto, sostenere quel peso era estenuante per una ragazza della mia età. Lasciata quella famiglia, andai ad accudire due sorelle anziane, di origini sicule, che mi ospitarono per diversi anni nella loro abitazione, trattandomi come una persona di famiglia. Ma l'esperienza lavorativa che per me ha rappresentato molto più di questo e che a tutt'oggi custodisco gelosamente nel mio cuore, è il rapporto d'amicizia con la mia Mary”.
Aisha, infatti, ha conseguito intanto il titolo di Oss (operatrice socio sanitaria), iniziando a fare assistenza ospedaliera e domiciliare. Mary era una donna splendida, con una famiglia come molte, due figli ed un marito deceduto qualche tempo prima che lei si ammalasse di Sla, una malattia degenerativa che piano piano annienta il corpo, ma non la mente, con cui Aisha ha condiviso gli ultimi quattro anni della sua vita, assistendola sin dal primo giorno con amorevole dedizione. Nonostante Mary non riuscisse più ad esprimersi verbalmente, ma soltanto attraverso un sintetizzatore oculare, per l'intensa sintonia che si era creata tra le due, chiacchieravano a lungo, ridevano insieme, guardavano la televisione, nella complicità che contraddistingue le amicizie autentiche. Aisha l'ha accompagnata anche nel suo ultimo viaggio, quando per sua volontà volle essere cremata e portata a Napoli, suo paese d'origine. “Avevo appena saputo di essere in attesa del mio primo bimbo – racconta Aisha, con un fil di voce – stavo andando di corsa dalla mia Mary a darle la bella notizia, ma all'ingresso della struttura clinica presso cui era ricoverata nell'ultimo stadio della malattia, trovai la figlia che mi aspettava per dirmi che lei non c'era più. Mi manca tanto”.
Hai avuto difficoltà ad integrarti?
“La mia integrazione nella vostra società è stata scandita da pregiudizi ed intolleranza razziale, che spesso mi han fatto cadere nella polvere, facendomi sentire ancora più sola di quanto non fossi, ma l'incontro con persone speciali come lei, han reso più facile il mio percorso. Ne ho fatta di strada dalla perdita della mia cara amica ho avuto un altro bambino, sono mediatrice culturale, faccio da interprete a chi arriva in Italia dalla mia amata terra, esule, come lo ero io un tempo, in un Paese sconosciuto, con abitudini ed usanze diverse dalle nostre. Sono riuscita a portare al sicuro la mia famiglia, che adesso è in Olanda. È stata dura, ma ce l'ho fatta, i miei bambini sono italiani di nascita ed io mi sento tale proprio come loro”.