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(Dia)logos

I due santi traghettatori calabresi

Francesco Polopoli · 2 mesi fa

Ogni volta che vado in Sicilia, percorrendo il tratto che va da Villa san Giovanni a Messina, a bordo della Caronte, penso a due miracoli straordinari: uno di san Francesco di Paola e l'altro del Venerabile Padre Gesualdo Malacrinò.
Di quest'ultimo ho appreso la storia nel Santuario della Madonna della Consolazione a Reggio Calabria, che sottopongo brevemente alla vostra lettura.
Padre Gesualdo, dovendosi recare a Messina per predicare il quaresimale, si portò assieme a fra Mansueto al vicino lido di Catona, per imbarcarsi. Ma il mare era troppo agitato e i barcaioli non se la sentirono di prenderli a bordo e accompagnarli all'altra riva. Allora lui, senza appunto scomporsi, disse a fra Mansueto: «Tieniti dalla mia tonaca», sollevandola dalla parte anteriore per incominciare la traversata sulle acque, le quali al suo passaggio diventarono lisce come l'olio, mentre intorno i cavalloni continuarono a rincorrersi, facendo sfoggio della loro forza brutale e schiumosa.
Indietreggiando dal Secolo dei Lumi al Rinascimento calabrese, troviamo il Paolano con un prodigio pressoché identico.
Verso la fine di marzo il Santo partì da Paola assieme a due frati e, a piedi e senza danaro, si avviarono verso il litorale reggino, per imbarcarsi per la Sicilia.
Giunti al porto, il Santo si avvicinò al padrone di una barca carica di legname in procinto di far vela per Messina e lo pregò, per amor di Gesù Cristo, di accoglierlo nella sua barca con i due confratelli per la traversata dello Stretto.
Pietro Coloso si rifiutò di traghettarli, congedandosi in malo modo (per lui valeva il di più dio trino e quattrino): “Se voi non avete denaro da pagarmi, io non ho barca per portarvi”.
Allontanatosi in disparte, Francesco implorò l'aiuto del Signore: si tolse dalle spalle il suo mantello, stendendolo sulle onde, perché ci entrassero i due compagni: ne tenne stretto un lembo alla estremità superiore del suo bastone, come a servirsene di vela, procedendo rapido e sicuro verso le coste siciliane. Il Santo Padre, così è chiamato in Sicilia, ci arrivò sano e salvo con i suoi discepoli, che nella parlata dialettale, per come mi è stata attestata generosamente da Salvatore Giudice, è Picùazzu/i (monaco di cerca, frate servente) dal francese “bigoz”.