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Mater Ecclesiae

Debora, madre in Israele

Don Giuseppe Fazio · 4 mesi fa

Nel libro del profeta Isaia al capitolo 50, nei versetti 4 e 5, è presentata l'immagine di un profeta che è in ascolto della voce di Dio per interpretare gli eventi storici alla luce della sua Parola: «Dio mi ha dato una lingua da discepolo perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti. Dio mi ha aperto l'orecchio». Il profeta, parlando in nome di Dio, ne rivela la sua presenza attiva nella storia, e la sua missione è quella di svelare che sotto l'involucro delle azioni umane opera un protagonista, il Signore. La missione del profeta è quella di svelare che la storia che viviamo è storia di salvezza. A tal proposito è doveroso ricordare l'operato di una profetessa-giudice in Israele intorno al XII secolo a.C., Debora. Nel libro dei Giudici, al capitolo 5, versetti 7-12- 24, è scritto: «Era cessata ogni autorità di governo in Israele, fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi io come madre in Israele… Destati, déstati, o Debora, déstati, déstati, intona un cantico!... Sia benedetta fra le donne Giaele, benedetta fra le donne della tenda…». In quel periodo il popolo d'Israele sta occupando la terra promessa, abitata da indigeni cananei, governati dal re Yabin, che poteva schierare una notevole armata di fanteria pesante con carri da guerra e truppe addestrate. Israele, retto da Samgar, un giudice titubante e non adeguato a governare il popolo, si avviava verso una inevitabile sconfitta dovuta all'avanzata dei cananei. In questa situazione di pericolo, Dio sceglie una donna (Debora) a donare a Israele la libertà e un'altra donna (Giaele), a concludere la battaglia con l'eliminazione del comandante supremo dell'esercito cananeo. Il cantico di Debora presente nel libro dei Giudici al capitolo 5, celebra il trionfo della debolezza, sostenuta dal Signore, sulla forza del comandante Sisara, costretto a riparare in una tenda nomadica. La logica di Dio è inattesa e sorprende tiranni e oppressori. Tale cantico, al versetto 31, termina con una conclusione liturgica-teologica: «Coloro che ti amano, Jhwh, siano come il sole, quando sorge in tutto il suo splendore». «Il Signore celebra le sue vittorie coi deboli ed è proprio su questa strada che può prendere corpo l'applicazione alla storia di Maria, colei che ha cantato nel “Magnificat” la sua certezza che Dio “rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili” (Lc 1,52)» (G. Ravasi, L'albero di Maria, San Paolo 1993, pp. 43-45). Tale motivo teologico è presente anche nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi in cui è scritto: «Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre al nulla le cose che sono» (vv. 27-28); anche nella lettera di Giacomo si legge che «Dio non ha forse scelto i poveri del mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quanti lo amano?» (Gc 2,5). «La coscienza della propria povertà, umiltà, semplicità brilla anche in Maria […]. Come in Debora, che sa di avere una missione da compiere di portata storica, così anche Maria è consapevole che Dio la sta avviando su una strada unica e sorprendente […]. Essere “serva del Signore” è, si, la coscienza del proprio limite creaturale ma unito all'azione divina e alla vocazione straordinaria a cui si è chiamati» (G. Ravasi, 45-46). Alla gioia di Debora e di Maria per la loro vittoria sul male ad opera di Dio che ha agito attraverso di loro uniamo i nostri cantici di lode, consapevoli che Dio volge lo sguardo verso l'umile, consapevole che «forte è il suo amore per noi e la sua fedeltà dura in eterno» (Sal 117,2).