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Il Posto delle Fragole

Sussurri e Grida (Viskningar Och Rop, 1972, Svezia- di Ingmar Bergman)

Gianlorenzo Franzì · 4 anni fa

Agnes è ormai prossima a morire. In casa, ad assisterla, ci sono le due sorelle Karin e Maria oltre alla domestica Anna. Ognuna di loro ha delle memorie che riaffiorano progressivamente e riportano in superficie dei ricordi non piacevoli. Agnes pensa alla madre morta con la quale aveva un rapporto non facile. Maria non ha ancora del tutto spenta la passione adulterina per il medico di famiglia mentre Karin ripensa alla freddezza del rapporto con il marito. Anna ogni mattino prega per la figlia morta bambina. La scomparsa di Agnes inciderà sulla vita di tutte. Nel 1971, Ingmar Bergman era reduce dell'insuccesso del suo film L'Adultera: un fallimento che il regista sentì intimamente, con un turbamento profondo anche perché l'opera fu accantonata nella sua versione originale fu accantonata dietro pressione dei produttori americani. Ma in un periodo di isolamento forzato nell'isola di Faro, Bergman scrive allora Sussurri e Grida, uno dei suoi capolavori assoluti che uscì sul grande schermo l'anno successivo, l'approdo più estremo della sua filmografia. Non esiste più il dubbio (Il Settimo Sigillo), neanche il silenzio di Dio (Luci D'Inverno), né tantomeno la patetica parola dell'uomo (Persona): c'è solo il rantolo della morte che incombe. “La prima immagine ritornava sempre: la stanza rossa con le donne vestite di bianco. Succede che alcune immagini ritornino in modo ostinato, senza che io sappia che cosa vogliono da me. Poi scompaiono, ritornano di nuovo e sembrano sempre le stesse. Quattro donne vestite di bianco in una stanza rossa. Si muovevano, si sussurravano qualcosa l'un l'altra, con atteggiamento molto misterioso. A quel tempo ero occupato in tutt'altro, ma poiché ritornavano con così grande ostinazione, capii che volevano qualcosa da me”: dice lo stesso Ingmar nel suo libro Immagini. E ancora, “di volta in volta ho respinto questa immagine e ho rifiutato di porla come fondamento di un film; ma l'immagine è rimasta persistente, e a poco a poco, mio malgrado, l'ho identificata: tre donne che attendono la morte di una quarta e vegliano a turno”, da Sei Film. Il film nasce quindi come un'immagine persistente negli occhi dell'autore, che prende corpo nel momento in cui, difronte all'ostinazione dell'immagine, Bergman identifica il senso narrativo e simbolico dell'azione. E' proprio questa precisione luministica che quasi costringe il regista ad usare il colore, superando la sua ritrosia verso il cromatismo e il suo amore per il suo (splendido, significante, coloratissimo) bianco e nero. Sussurri e Grida è un film intriso di rosso: di rosso sono rivestiti i tendaggi, le pareti, il pavimento della casa delle quattro protagoniste costrette al cospetto della Morte. Sussurri e Grida è un film sul passaggio situato nel limbo non meglio definito tra la vita e la morte, immaginando e provando a mettere in scena lo spazio che c'è tra le cose: allora ecco che esce fuori un film capolavoro sull'attraversamento, tra urla lancinanti e momenti di calma apparente, intinto nell'attimo eterno del trapasso, nella fissità lacerante di un eterno presente. Il tempo in Sussurri e Grida è, proprio come ne Il Posto Delle Fragole, sempre al presente: viene mostrato in tutte le sue forme, attraverso la materialità degli orologi -che entrano in scena, in una dissolvenza geniale e perturbante in quel rosso che è il tono dominante in tutto il film, ancor prima dei volti degli attori-, acusticamente con il loro ticchettio, con i rintocchi della campana, ed è fisico e percepibile nel cambiamento delle attrici. Davanti al presente che è la forma più immanente e spaventosa del Tempo, i personaggi di Ingmar Bergman si scoprono irrimediabilmente, irriducibilmente soli, persi, perché il trascorrere del presente che diventa passato e che non è ancora futuro non c'è evoluzione, solo degradazione. Bergman allora rovescia di senso il “ritorno alla vita” dell'Ordet dreyeriano: se lì il miracolo era la manifestazione dell'esistenza di Dio -insieme alla forza immortale del cinema-, qui il miracolo è come virato al negativo: perché Agnes torna a vivere e chiede di essere vegliata nel suo transito verso l'oltretomba, lo chiede alle sorelle che spaventate rifiutano, lo ottiene dalla badante Anna che metterà a disposizione il suo corpo come una pietà michelangiolesca, e alla fine in una luce indistinta che non è né giorno né notte, né buio né lampo, ma solo limbo informe, presente malmostoso, il suo egoismo diventa altruismo nel momento in cui dà la possibilità alle sorelle impreparate di superare i loro egoismi. Coerentemente con la rappresentazione di uno spazio-tempo indefinito, bloccato, insuperato, Bergman costruisce Sussurri e Grida su perturbanti note di irrazionalità, dal punto di vista spaziale (è impossibile capire la geografia della villa, la dislocazione delle sue camere, l'assenza di camere come cucina e porte d'ingresso e bagni), immergendo la visione in un angolo claustrofobico, dove l'esterno (il giardino) può essere solo visto sfuggente in qualche inquadratura di flashback, un giardino/vita che è già rimpianto. Come in apertura, Sussurri e Grida è l'approdo più oscuro e disperato della filmografia del genio svedese: niente più Antonius Block cavaliere che si strugge davanti ad un Dio sordo e muto, niente speranza residuale dai rapporti sinceri costruiti con razionalità, niente morbide memorie dove rifugiarsi. Niente di niente, solo lo spaventoso rantolo della morte, invisibile e opprimente. Ma se l'oscurità è definita dalla luce, anche in questo buio disperato Bergman inietta squarci di ascesa nella Grazia. Piccole, minuscole gioie di attimi eterni. In un'eco da Persona, due sorelle miscredenti e bugiarde si cambiano volti e anime in un rarissimo momento di abbandono (e infatti subito dopo si lasciano nuovamente irretire dalle loro stesse menzogne). E ancora, Anna che tiene per sé, di nascosto, il diario della morta Agnes, perché nessuna delle sorelle sapeva cosa farsene. E rileggendolo, grazie alle parole della donna che non c'è più si ritrova nel giardino, di nuovo nella vita, di nuovo alla luce. È un momento, le quattro donne di nuovo insieme e sorridenti. Ma un momento di gioia che dura per sempre. “A un tratto abbiamo cominciato a ridere e a correre verso l'altalena abbandonata da quando ero bambina. Ci siamo sedute come tre brave sorelline e Anna ci dondolava, piano, dolcemente. I dolori erano spariti, le persone che amavo più di tutte al mondo erano lì, potevo udirle chiacchierare intorno a me, sentivo la presenza dei loro corpi, il calore delle loro mani. Volevo aggrapparmi a quel momento, e pensai: qualunque cosa accada questa è la felicità, non posso desiderare niente di più. Ora per qualche istante posso assaporare la perfezione, e sento di dover esser grata alla mia vita, che mi dà tanto” Eccolo, quindi, il vero miracolo che Bergman mette in scena con il finale: Agnes che torna a vivere, e per sempre, grazie al miracolo della rappresentazione, del cinema, l'unico vero atto di fede possibile.