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"In quella fossa profonda dove l'umanità sembra essere persa, il Crocifisso ci dice che, proprio lì dentro, Dio non si fa problemi ad abitare" (Page 10)

“Dentro questa umanità che esprime il baratro, là dove non si percepisce più la differenza tra l'uomo e la bestia, proprio in quella fossa profonda dove l'umanità sembra essere persa, il Crocifisso ci dice che, proprio lì dentro, Dio non si fa problemi ad abitare, c'è dentro”. Così il Vescovo, monsignor Serafino Parisi, in Cattedrale durante l’omelia della celebrazione dell’azione liturgica dell’adorazione della Croce del Venerdì Santo.

“Oggi, basta girarci un pochettino intorno a noi – ha aggiunto monsignor Parisi - per vedere brandelli per terra di umanità martoriata, dilaniata nella carne, brandelli di umanità che la cattiveria divide, corone di spine che vengono messe ogni secondo sulla testa dell'umanità innocente”. Ma, “dentro questa umanità dilaniata – ha affermato ancora il Vescovo - Dio non scappa, rimane come stava la madre sotto la croce di Gesù, guardando davvero la carne dilaniata del Figlio, disprezzata, vilipesa. E lì Maria riceve l'espressione più profonda della maternità perché, proprio in quel momento, diventa la madre di tutti: in Giovanni che viene dichiarato suo figlio c'è tutta l'umanità che attende di sapere che, nonostante, il chiasso, il grido che la cattiveria umana sa fare, ancora, c'è speranza di tenerezza. […] C'è un atto di donazione totale del Signore e questo atto di donazione totale, tocca il punto più basso dell'umanità e della storia dell'umanità ma non finisce, va oltre, vince la vita, vince la tenerezza, vince la speranza, vince la gioia, perché ieri sera, questa sera e domani Gesù vuole dirci che vince l'amore, sempre”.

Infatti, “proprio nella cena di cui si è parlato ieri sera, nel giovedì santo, durante la lavanda dei piedi – ha concluso monsignor Parisi - Gesù aveva annunciato il criterio col quale era entrato nel mondo e il senso della sua vita, che è ribadito anche nel racconto della Passione, questa sera. Il senso della sua vita, la missione, era quello di annunciare sino alla fine l'amore di Dio per l'umanità: ‘Per questo sono venuto, per fare la volontà di Dio’ e la volontà di Dio qual è? Che ‘di tutti quelli che mi sono stati assegnati non se ne perda uno’: ecco la finalità”.

Al termine della celebrazione, il Vescovo ha presenziato alla processione dell’Addolorata a conclusione della quale, nel salutare la città, ha ricordato che “noi non adoriamo la croce come strumento che dà la morte, come non possiamo adorare alcuno strumento che causa la morte. Guardiamo alla croce, invece, e possiamo dire alle tante croci (quelle che non hanno soltanto la forma di quello che noi vediamo, ma le croci, per esempio, di un ammalato terminale che potrebbe essere il letto di un ospedale, quella di un ammalato oncologico che potrebbe essere la poltrona sulla quale viene infusa la terapia, o una carrozzina per chi non riesce a muoversi ed ha necessità di essere aiutato dagli altri), con un altro significato: cogliere in questo strumento sormontato, vissuto, abitato dal Crocifisso, un albero di vita. Guardando, cioè, a colui - il figlio di Dio - che ha dato la sua vita”.

Per il Vescovo, infatti, “la croce abitata da Gesù Cristo è il modo col quale il Padre ha voluto trasmetterci il suo messaggio d'amore. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. E il mondo, le nostre relazioni, le nostre comunità si costruiscono solo e unicamente intorno all'amore e facendo regnare l'amore. Questa è la grande lezione, il grande insegnamento che ci viene dalla croce di Gesù che ci ha amati sino alla fine, cioè fino a dare la sua vita per noi”.

“Allora – ha concluso monsignor Parisi -, guardiamo a questa croce e cerchiamo davvero di sovvertire il modo comune di guardare il mondo con gli occhi del potere, della sopraffazione, della forza, dei muscoli, guardandolo, invece, con la forza, la potenza del servizio, della cura e della carità. Avremo davvero una storia più bella da vivere e un mondo più felice da abitare: dipende anche da noi, dall'impegno di noi cristiani che non fuggiamo la storia, ma ci siamo dentro per mettere dentro questa storia, malata oncologica del male, della cattiveria e dell'egoismo, il fluido della vita e dell'amore. Lo auguro davvero a noi, qui, a Lamezia, alla Chiesa lametina, al mondo intero: che a regnare sia l'amore e che l'espressione del nostro amore sia il servizio all'altro e la cura di chi ha bisogno di un mio sguardo, di una nostra tenerezza che sarà il segno della tenerezza di Dio dentro la vita concreta dell’umanità”.

 

Saveria Maria Gigliotti

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