Ci sono luoghi in cui la vita sembra essersi fermata, sospesa tra ciò che è stato e ciò che ancora non riesce a nascere. E poi ci sono luoghi in cui, proprio dentro questa sospensione, qualcosa ricomincia a respirare. Il Centro Calabrese di Solidarietà, per me, è diventato uno di questi spazi: una soglia fragile e potente, dove le storie non vengono cancellate, ma lentamente rilette.

Qui, da alcuni mesi, condivido un cammino fatto di incontri, silenzi e colori. Non è solo un’esperienza da raccontare, ma qualcosache continuamente mi interroga. Perché quando ti trovi davanti a persone che stanno cercando di uscire dalla dipendenza, o che vivono un tempo di pena alternativa, capisci che la vita non è mai riducibile agli errori commessi. C’è sempre una profondità che resiste, anche quando tutto sembra perduto.

In questo contesto il life painting assume un valore particolare, quasi inatteso. Nella chiesa di Santa Chiara è ormai un camminostabile, uno spazio in cui arte e spiritualità si incontrano con naturalezza. Ma qui, al Centro, cambia il respiro. Diventa più essenziale, più vero, più necessario.

Dipingerе, in questi momenti, non è semplicemente creare qualcosa di bello. È un gesto che somiglia a un atto di fiducia. È iltentativo di mettere su tela ciò che dentro è ancora confuso, spezzato, a volte indicibile. I colori diventano parole che non si riescono a dire, i segni raccontano passaggi interiori che faticano a emergere. E, sorprendentemente, proprio lì dove c’è più fatica, si apre uno spazio di libertà.

Mi colpisce vedere come, davanti a una tela bianca, cadano molte difese. Non serve spiegare, giustificarsi, raccontare tutto. Basta esserci. E in quell’esserci accade qualcosa: piccoli varchi di verità, intuizioni leggere, a volte persino una pace inattesa. Come se lavita, anche ferita, trovasse comunque il modo di dire: “sono ancora qui”.
Il life painting diventa allora un luogo di riconciliazione, prima ancora che di espressione. Non tanto con gli altri, ma con se stessi. Con la propria storia, con i propri limiti, con quella parte di sé che spesso si vorrebbe nascondere. È un processo lento, discreto, mareale. E in questo processo si intravede qualcosa di più grande: la possibilità che ogni vita, anche la più segnata, possa tornare a generare bellezza.

Quello che sto vivendo al Centro Calabrese di Solidarietà è bello, ma non nel senso superficiale del termine. È bello perché è autentico. Perché non nasconde la fatica, ma la attraversa. Perché non promette cambiamenti immediati, ma custodisce piccoli passi. Ed è proprio in questi passi, a volte impercettibili, che si lascia intravedere una rinascita possibile.

Forse è questo che più mi resta dentro: la consapevolezza che la luce non arriva solo quando tutto è risolto, ma spesso inizia afiltrare proprio dalle crepe. E che, a volte, basta un colore steso con sincerità su una tela per accorgersi che la propria storia non è finita, ma può ancora essere riscritta.

 

don Luca Gigliotti