Ph: Cristian Gennari/Siciliani

Carissimi amici,

è sempre una gioia profonda ritrovarsi insieme e poterlo fare in questa occasione nella Città di San Francesco e di Santa Chiara, accolti tutti dal saluto “Pace e Bene”. Anche noi insieme invocheremo il dono della pace, con l’insistenza della povera vedova (cfr. Lc 18,1-8) e facendo nostro il grido che, giorno e notte, sale a Dio da tante terre. La collegialità ha bisogno di tanta comunione. Se crescerà tra noi la comunione, sarà più facile rendere concreta quella sinodalità che, insieme al primato di Pietro, sostiene la nostra Madre Chiesa e ne rappresenta la circolarità di amore.

I confratelli Vescovi

In questa comunione accogliamo con gioia S.E. Mons. Giuseppe Alberti, Vescovo eletto di Oppido Mamertina – Palmi, che sarà ordinato il prossimo 19 novembre, S.E.R. Mons. Michele Di Tolve, Vescovo ausiliare di Roma, S.E.R. Mons. Roberto Fornaciari, OSB Cam., Vescovo di Tempio – Ampurias.

Alcuni confratelli sono diventati emeriti. Certo non per questo diminuisce la comunione, anzi vorrei che crescesse pensando con gratitudine ai tanti nostri fratelli che portiamo nel cuore e la cui testimonianza è così cara e importante per le nostre comunità e per noi. Da maggio sono diventati emeriti: S.E.R. Mons. Roberto Filippini, Vescovo di Pescia, S.E.R. Mons. Raffaello Martinelli, Vescovo di Frascati, S.E.R. Mons. Francesco Milito, Vescovo di Oppido Mamertina – Palmi, S.E.R. Mons. Gennaro Pascarella, Vescovo di Pozzuoli e di Ischia, S.E.R. Mons. Sebastiano Sanguinetti, Vescovo di Tempio – Ampurias, S.E.R. Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto. Tanta gratitudine e unità di cuore.

Ricordiamo infine i nostri confratelli che sono entrati nella pienezza della comunione di Dio: S.E.R. Mons. Luigi Bettazzi, Vescovo emerito di Ivrea (che tra pochi giorni sarebbe diventato finalmente un vero “prete secolare”), S.E.R. Mons. Paolo Magnani, Vescovo emerito di Treviso, S.E.R. Mons. Luigi Marrucci, Vescovo emerito di Civitavecchia – Tarquinia, P. Ab. D. Beda (Umberto) Paluzzi, OSB, Abate Ordinario emerito di Montevergine, P. Ab. D. Pietro Vittorelli, OSB, Abate Ordinario emerito di Montecassino. Ringraziamo il Signore per il dono della loro vita; sono certo che pregano con noi e per la nostra Chiesa.

Animati dalla speranza cristiana

Pensando a questa introduzione mi sono chiesto cosa mi stia più a cuore in questo tempo assai delicato, che la nostra Chiesa e l’umanità intera stanno attraversando: è la speranza. Questa libera dal suo contrario, la velenosa disillusione con quello che comporta e la disperazione che prende il sopravvento quando il buio avvolge tutta la vita. Come credenti, non solo viviamo nella storia, ma ce ne facciamo anche carico, cercando di illuminarla con la luce del Vangelo.

Mi sono fatto accompagnare dal primo protagonista che nella Bibbia ha incarnato questa virtù in modo a volte drammatico: Abramo. Di lui San Paolo dice: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18). Questa frase della Lettera ai Romani è il filo conduttore di quanto vorrei esporre, che riguarda in primo luogo le dinamiche del mondo nel quale capiamo quelle interne della nostra Chiesa e del nostro Paese.

Lo sguardo sul mondo

Questa nostra società dell’io consumatore rivela una ideologia del vuoto: siamo “figli del vuoto” – è un’espressione efficace usata da uno scrittore francese, Raphaël Glucksmann, in Les enfants du vide. Glucksmann osserva come questa condizione sia frutto del dominante individualismo. Figli del vuoto, si è preda di emozioni cangianti, di rapide contrapposizioni al nemico, di sentimenti passeggeri e travolgenti, di identificazioni in figure carismatiche, di ripiegamento apatico su di sé. Il vuoto è vuoto di cultura solida e di riferimenti saldi, per cui si è preda della mobilità dei sentimenti. Siamo passati dalla rigidità delle ideologie o dalla fermezza dei principi di qualche decennio fa alla liquidità dei pensieri e dei riferimenti o alla frammentarietà delle reazioni. Questo fenomeno ben si attaglia al mondo social e al suo metodo di comunicazione, divenuto mentalità corrente.

È questa la libertà? O una vera dipendenza dalle sollecitazioni del momento, dai disegni di consumo o di controllo? C’è il problema vero di rifondare la libertà, che non è indifferenza o casualità. Riguarda anche le nostre comunità. C’è una fatica della Chiesa e del popolo cristiano a parlare, ad essere rilevanti, a interloquire nella nostra società. Non basta parlare tra noi, magari per contrapporsi e finendo così per indebolirci. La comunione permette, anzi richiede, il confronto, ma senza c’è solo il divisivo, sterile scontro, che causa la sempre diabolica divisione. Mi torna in mente quanto scrive l’apostolo Paolo, un grande richiamo per i cristiani oggi: «Non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore» (Ef 4,14). L’immagine dei fanciulli sballottati dalle onde o dai venti è molto efficace per i “figli del vuoto”.

La pace come dono e impegno

Il primo pensiero è rivolto alle guerre che dominano gli scenari del mondo, con il loro tragico seguito di morti, violenze, distruzioni, barbarie e profughi. Queste guerre fanno temere che la Terza Guerra mondiale a pezzi – come ripete da tanti anni Papa Francesco – possa diventare un’unica guerra. Non è pessimismo, ma realismo e responsabilità, che portano a chiedere che il mondo si fermi sulla via della guerra! Che il mondo non accetti che sia solo l’uso delle armi a regolare i conflitti! Che i responsabili politici considerino qual è il prezzo di tanti conflitti, l’eredità avvelenata alle generazioni future e scelgano strumenti condivisi e sovranazionali di composizione di conflitti. Non c’è pace senza sicurezza e questa non può essere garantita solo dalle armi! La pace, insomma, è il problema dei problemi, perché la guerra genera ogni male e versa ovunque i suoi veleni di odio e violenza, che raggiungono tutti, pandemia di morte che minaccia il mondo. Tutto è perduto con la guerra: lo sappiamo, ma non impariamo! Addirittura tanta cultura diventa cedevole nell’accettazione della guerra come fosse una compagna naturale, se non dolorosamente benefica, della storia dei popoli. L’alternativa alla guerra è riprendere a trattare con buona volontà e rispetto dei vicendevoli diritti. Non bisogna smettere di credere che si può arrivare a comprendersi! Non è ingenuità, ma responsabilità! Ogni guerra è sempre «un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male», afferma il Papa nella Fratelli tutti (n. 261). Questa sconfitta la pagano soprattutto i piccoli.

Alla parola, il Santo Padre ha voluto unire l’azione, come nel caso della martoriata Ucraina, quando si è detto disponibile ad agire per la pace e per scopi umanitari. Mi ha fatto l’onore di incaricarmi – come suo inviato – di portare di persona il suo interessamento per la pace e le questioni umanitarie sia a Kyiv sia a Mosca. Ho avuto modo di parlare con i governanti, di visitare luoghi tragici come Bucha, di pregare per la pace in santuari significativi per i credenti ucraini e russi. Il Santo Padre mi ha inviato inoltre a discutere del futuro del conflitto, nato dall’invasione russa, anche a Washington e Pechino. La pace richiede il concorso di tutti. Ho visto come esistano fili tenui per la pace e l’esercizio dell’umanità: tenui ma reali, messi in discussione dall’assenza di dialogo che può, invece, rafforzali. Occorre tanta insistenza e la convinzione che è la pace il destino, non la guerra o l’ingiustizia. Stretta è la comunione con le Chiese cattoliche locali e la Chiesa greco-cattolica ucraina, con il suo primate con cui ho avuto la gioia di concelebrare a Bologna, nella cattedrale metropolitana. In questa azione di pace, voluta da Papa Francesco, ho potuto sentire il sostegno della vostra preghiera, delle nostre comunità e davvero di tanti. Vi ringrazio di cuore. Molte nostre realtà, nelle varie espressioni, hanno avviato aiuti umanitari, tanto apprezzati dagli ucraini, in un periodo in cui in Europa rischia di calare la tensione nell’accoglienza dei profughi ucraini e nella solidarietà. Dopo l’esperienza dei soggiorni estivi si sta anche verificando la possibilità di organizzare accoglienze presso famiglie, sul modello adottato in occasione del disastro di Chernobyl. Mi auguro che siano tante, per alleviare un poco le ferite dei più piccoli e aiutarli a guardare con speranza il futuro. Come sempre farà bene anche a noi!

Chiunque e ovunque sia “libero di restare e di partire”

La drammatica guerra in Ucraina, però, non ha insegnato molto alla politica internazionale. Nel settembre 2023, l’enclave armena del Nagorno Karabakh è stata occupata dalle truppe dell’Azerbaigian, la cui sovranità sul territorio è riconosciuta internazionalmente. In questa terra, la fede fu introdotta all’alba del cristianesimo e si è tramandata per molti secoli fino ad oggi. Da poco gli armeni hanno abbandonato la terra in un esodo tragico, in cui si rivive la memoria dei dolori del secolo passato. Un piccolo mondo cristiano, tanto antico, finisce. Noi non siamo indifferenti e sentiamo la ferita di tanta sofferenza e della mancata soluzione negoziata.

Non vogliamo, inoltre, abituarci ai dimenticati conflitti in Africa. Tra i tanti ricordo solo un Paese, il Sudan, dove tra l’altro vivono tanti missionari italiani cui va un pensiero speciale di preghiera e riconoscenza, perché sono dei ponti di comunione e ci ricordano la bellezza di comunicare il Vangelo ad gentes, come è chiesto a tutti. Ben sei milioni di sudanesi sono stati costretti a fuggire nel Paese e negli Stati vicini, spesso subendo violenze di ogni tipo. Una catastrofe umanitaria, definita dalle agenzie umanitarie “vicina al male assoluto”. L’attenzione del governo italiano all’Africa è un fatto positivo che speriamo diventi un progetto di grande respiro e di lunga durata, condiviso e sostenuto dall’Unione Europea, considerando come, per tanti motivi, il futuro dell’Italia sia connesso alla stabilità e al benessere di tanti Paesi africani. Continuiamo a lavorare perché chiunque e ovunque sia “libero di restare” e insieme “libero di partire”.

La guerra in Terra Santa

Il brutale attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre scorso ha dolorosamente e vilmente colpito Israele con tanti morti innocenti e il seguito dei rapiti nelle mani dei terroristi, sulla cui sorte trepidiamo e chiediamo siano restituiti alle loro famiglie. Rispondendo alla domanda di un giornalista in una conferenza stampa, il cardinale Pizzaballa – cui va sempre il nostro pensiero grato – si è detto disponibile a offrirsi in cambio per la liberazione degli ostaggi. Lo sosteniamo con affetto e riconoscenza, perché testimonia la vicinanza pacifica della Chiesa cattolica a tutti coloro che sono nella sofferenza e indica con coraggio la via della riconciliazione e della difficile ma indispensabile soluzione politica. L’attacco ha sconvolto il popolo israeliano e suscitato la reazione militare d’Israele contro Hamas sulla striscia di Gaza. Questa a sua volta ha causato al popolo palestinese, in gran parte profughi, migliaia di vittime innocenti, molti dei quali bambini. Le lacrime sono tutte uguali. Ogni uomo ucciso significa perdere il mondo intero. Facciamo nostre le parole di Papa Francesco che, in contatto giornaliero con la parrocchia cattolica di Gaza, ha dichiarato all’Angelus qualche settimana fa: «A Gaza, in particolare, si lascino spazi per garantire gli aiuti umanitari e siano liberati subito gli ostaggi. Che nessuno abbandoni la possibilità di fermare le armi. Cessi il fuoco!» (29 ottobre 2023). L’odio non deve mai giustificare la violenza contro gli innocenti.

Preoccupa, in queste ore, il risorgere dell’antisemitismo. Sappiano i nostri fratelli ebrei italiani che la Chiesa non solo è loro vicina, ma che considera ogni attacco a loro, anche verbale, come un colpo a sé stessa e un’espressione blasfema di odio. Ha detto tempo fa il cardinale Bassetti: «Ancora sentiamo il dolore per il fatto che i cattolici italiani avrebbero potuto fare di più quando gli ebrei venivano discriminati con le leggi razziali del 1938». Non resteremo indifferenti! La fine dell’antisemitismo è un impegno educativo, religioso e civile della Chiesa italiana, che non sottovaluta i rigurgiti di odio e razzismo, per chiunque.

La pace ha il primato nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. Non è solo l’urgenza del momento a imporci tale primato, ma la natura stessa della Chiesa. Ho già ricordato come Clemente di Alessandria chiamasse la Chiesa eirenikòn genos, un popolo di pace. È il popolo cui Gesù affida la pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo» (Gv 14,27). La pace è Lui stesso crocifisso e risorto. Sappiamo quanto sia ampio il significato biblico dell’espressione “pace”, invece tanto ridotto a quieto vivere o a benessere individuale. Sentiamo forte e per tutti l’imperativo di comunicare il Vangelo della pace in un mondo sprofondato nell’ora delle tenebre e che anela alla luce. Non possiamo lasciare che la cultura della guerra, quella dell’odio, dell’ignoranza, del pregiudizio, si diffonda, favorita dal vuoto di pensieri, idee, cultura. Sono questi i segni dei tempi nei quali pensare la formazione alla fede e alla vita.

I diritti umani

Tra pochi giorni, esattamente il 10 dicembre, ricorrerà il 75° anniversario della Dichiarazione dei diritti umani. In quei trenta articoli si condensava la coscienza che l’umanità aveva maturato di sé all’indomani della Seconda Guerra mondiale. I drammi di quella guerra e lo shock delle morti di milioni di civili innocenti anche con l’uso della bomba atomica hanno di certo favorito quella presa di coscienza: nel dolore, l’umanità intera ha trovato un terreno comune di condivisione e – mi verrebbe da dire – di fraternità. Molte volte si constata che, di fatto, i diritti umani non sono uguali per tutti. Il rispetto di tali diritti «è condizione preliminare per lo stesso sviluppo sociale ed economico di un Paese» (Fratelli tutti, n. 22).

La cura della Casa Comune

Se dobbiamo imparare a rendere la nostra casa comune davvero la casa dei “Fratelli tutti”, dobbiamo anche difenderla dalla distruzione ambientale che renderebbe impossibile la vita. La Conferenza delle Parti di Dubai (COP 28) è alle porte e può rappresentare un punto di svolta fondamentale. In gioco è il futuro dei nostri figli e dei nostri territori. Le questioni ambientali stanno mettendo in difficoltà diversi territori nel nostro Paese.

La Laudate Deum di Papa Francesco denuncia gli attuali ritardi nell’affrontare i cambiamenti climatici. Nel 2023 nella nostra Italia si sono registrati siccità e fenomeni alluvionali così gravi da non poter essere più rubricati come eventi eccezionali. Romagna, Brianza e nord della Toscana hanno conosciuto disastri alluvionali senza precedenti. È tempo di avanzare proposte concrete, perché vi siano comportamenti adeguati a questi cambiamenti climatici e non si espongano i poveri e le future generazioni a enormi tragedie.

Papa Francesco ha suonato la sveglia: la sua presenza a Dubai è accompagnata da tutto il nostro sostegno, perché le istituzioni internazionali si assumano le loro responsabilità con decisioni coraggiose. Ma anche noi, come comunità cristiana, dobbiamo uscire dal torpore dell’indifferenza, quasi che il dono della creazione non sia anche una responsabilità. Partecipare alla cura della Casa Comune è un gesto d’amore per i fratelli di oggi e di domani, ma prima ancora un segno di profonda spiritualità. Un esempio virtuoso sono le comunità energetiche, che già hanno visto molte diocesi interessarsi e approfondire la questione.

Il Mediterraneo

Paradossalmente e drammaticamente, il conflitto in Medio Oriente ha riportato in primo piano il ruolo cruciale del Mediterraneo, che è sempre stato culla di civiltà e oggi rischia di diventare un crocevia di interessi e di tensioni geopolitiche. Il Mediterraneo è anche casa nostra. Non possiamo quindi non sentirci profondamente interpellati da quello che sta accadendo. E come Chiesa avvertiamo tutta la necessità di tenere viva la speranza, di non lasciare che sia travolta la ricchezza di umanità che da sempre caratterizza i popoli che si sono affacciati nel Mare nostrum.

A questo proposito, dal 17 al 24 settembre si è tenuto a Marsiglia l’incontro delle Chiese mediterranee, promosso dal cardinale Jean-Marc Aveline in continuità con i precedenti incontri di Bari (2020) e di Firenze (2022) organizzati dalla CEI. Ringrazio ancora il cardinale Bassetti per averli voluti raccogliendo la profezia di La Pira. A Marsiglia si è vissuto un momento intenso di ascolto in cui i giovani, provenienti dai diversi Paesi, hanno potuto conoscersi, raccontarsi e dialogare con i vescovi, dare voce al desiderio di fraternità e alla possibilità di immaginare un mondo in cui ciascuno si senta accolto. Il Papa ha definito Marsiglia capitale dell’accoglienza.

È l’intero Mediterraneo come tale, con le sue città e i suoi porti, a raccontare un modello di accoglienza e di convivenza, non senza fatiche e conflitti. È la linea nella quale si sta costruendo la rete delle Chiese mediterranee, ma anche la prospettiva di una teologia mediterranea. Di ritorno da Marsiglia nella catechesi del mercoledì, il Papa ha parlato della necessità di uno sguardo umano sul Mediterraneo: «Semplicemente umano, non ideologico, non strategico, non politicamente corretto né strumentale, umano, cioè capace di riferire ogni cosa al valore primario della persona umana e della sua inviolabile dignità» (Udienza generale, 27 settembre 2023). Credo che come Chiese in Italia dobbiamo fare nostro questo sguardo, continuare gli incontri per incoraggiare strategie di accoglienza che rispettino la persona umana.

Tra la nostra gente

A questo punto vorrei chiedermi: come sta la nostra gente? Come sta la nostra Italia? Gli ultimi dati Istat ci dicono che nel nostro Paese nel 2022 i poveri assoluti sono il 9,7% del totale della popolazione, cioè quasi 5 milioni 700mila persone. E, dato ancor più allarmante, tra questi poveri rientra il 21% delle famiglie con 3 o più figli minori.

Ovviamente non dobbiamo accontentarci di sciorinare numeri, come sottolinea papa Francesco nel Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri. Ed in effetti mi preme rilevare l’impegno quotidiano di tantissimi operatori e volontari che rappresentano le mani, il cuore, la mente di un servizio che non è ad utenti, ma ai nostri fratelli più piccoli, come celebreremo nella prossima domenica “dei poveri” che ci aiuta a vivere il legame eucaristico tra l’altare e il servizio. «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello della terra?», ricordava il cardinale Lercaro. Davanti a molte vite negate si rinnova l’impegno in difesa della vita, per affrontare nuove sfide con fermezza e rinnovata speranza. Lasciamoci sorprendere dalla vita e difendiamola sempre, abbiamo scritto nel Messaggio per la prossima Giornata della vita (4 febbraio 2024), che avrà per tema “La forza della vita ci sorprende. ‘Quale vantaggio c’è che l’uomo guadagni il mondo intero e perda la sua vita?’ (Mc 8,36)».

Pensare alla vita significa pensare soprattutto ai più indifesi. A questo proposito, esprimiamo vicinanza alla famiglia della piccola Indi, facendoci prossimi al dolore dei genitori. Ci uniamo alla preghiera di Papa Francesco per la piccola e per tutti i bambini che vivono situazioni di sofferenza.

Particolarmente urgente è diventata la “questione casa”: il costo di mutui e affitti rischiano di strozzare molte famiglie che hanno lavori precari e sottopagati. Sentiamo la necessità di una “politica” della casa che interpella tutti. Nelle città turistiche si preferisce guadagnare trasformando gli appartamenti in B&B piuttosto che affittare a prezzi calmierati alle famiglie o a studenti fuori sede. La somma di egoismi fa perdere di vista il rapporto tra la proprietà e il bene comune, tra i beni privati e la destinazione universale dei beni. Guardando al futuro del nostro Paese, alla crisi della natalità che da anni suscita grande preoccupazione ma non altrettante risposte, penso alla presenza di persone di origine non italiana, giunte qui emigrando: i loro figli, cresciuti con i nostri, parlano la nostra lingua e si pensano tra noi. Nessun governo finora ha posto mano seriamente a dare la cittadinanza a chi cresce in Italia, per offrire l’orgoglio di sentirsi pienamente parte di una comunità della quale vivere diritti e doveri. Non abbiamo ancora tutti gli elementi per comprendere come sarà realizzata la creazione dei centri in Albania per i richiedenti asilo. Auspichiamo che i diritti umani dei richiedenti asilo siano rispettati. Riaffermiamo che sui migranti serve un’azione dell’Europa corale, comune e condivisa dove l’esternalizzazione non può essere la soluzione.

Riaffermiamo come sul tema dell’emigrazione è necessaria un’Europa consapevole, responsabile e davvero unita e solidale, che non lasci l’Italia da sola. Le due bandiere, italiana ed europea, esposte sui nostri edifici, suggeriscono ai concittadini che l’Unione non è un accessorio, ma un modo di pensare l’Italia, pienamente sé stessa ed europea. Questa realtà, non semplice da gestire politicamente, è presente al Governo e al Parlamento, ma deve crescere nella coscienza dei cittadini e degli attori della politica. È una necessità che scaturisce dal confronto con il mondo globale, con i giganti protagonisti della sua scena: preserva la nostra cultura, le nostre radici cristiane e umanistiche, un modo di vivere e di sentire, pluralistico, ma anche interconnesso, che pone la persona al centro e che ha sviluppato diritti e libertà, doveri e solidarietà, in modo inedito nella storia. All’Europa, grandi cristiani hanno lavorato dalla fine della guerra e per superare il conflitto.

L’Italia, in un momento così delicato economicamente e socialmente, sta discutendo su un tema impegnativo, la riforma costituzionale. Ho già detto – in un precedente intervento – che per un’efficace riforma, che tocca meccanismi delicati del funzionamento della democrazia, è indispensabile creare un clima costituente, capace di coinvolgere quanto più possibile le varie componenti non solo politiche, com’è ovvio e come fu all’origine della Costituzione, ma anche culturali e sociali. Siamo ancora lontani da questo e non posso che ripetere l’invito, perché la Costituzione sia di tutti e sia sentita da tutti. Costituzione significa anche questo: statuire insieme, perché non si vive di solo presente e per costruire il futuro anche il passato, la nostra storia democratica, può offrire una lezione di sapienza.

Permettetemi di ricordare una richiesta formulata dall’intero Consiglio Permanente ormai un anno fa: valutando con preoccupazione il progressivo astensionismo, invitava a recuperare la partecipazione dei cittadini iniziando dalla riforma della legge elettorale, che tanti esponenti politici di ogni parte, giuristi e autorevoli personalità hanno giudicato da cambiare.

Per questo parlavo di un clima costituente che sia coinvolgente: bisogna riaffezionare gli italiani alla Repubblica, alla casa comune. Se i legami sociali si allentano, è invece necessario rafforzarli, sentendosi parte di un destino comune. La Chiesa in Italia è al servizio della gente. Lo fa, prima di tutto, nella prospettiva della sua missione: predicare il Regno di Dio e prendersi cura delle sofferenze e delle malattie.

In questo quadro difficile dal punto di vista sociale, anche la preparazione della 50ª Settimana Sociale dei Cattolici in Italia di Trieste, che si terrà dal 3 al 7 luglio 2024, e che ha come tema Al cuore della Democrazia, ci aiuta a mettere al centro della nostra cura pastorale la vita delle persone nella sua concretezza. La partecipazione democratica parte da qui. Se come comunità credente vogliamo collocarci “al cuore della democrazia”, dobbiamo favorire tutte le espressioni di vita sociale che consentono di salvaguardare la dignità delle persone.

È tempo di sinodalità

In occasione dell’Assemblea generale ordinaria dello scorso maggio ho avuto modo di dire che eravamo giunti a un “giro di boa” nella navigazione del Cammino sinodale. In effetti, in questi mesi abbiamo avviato nelle nostre diocesi la fase cosiddetta “sapienziale”, che ci vede impegnati nel discernimento. Insieme con i Pastori, anche tanti laici sono stati protagonisti motivati della fase narrativa. Si tratta ora di individuare le priorità tra le tematiche emerse nella fase “narrativa”, per identificare le decisioni che ci attendono nell’ultima fase, quella “profetica”. Ci siamo quindi disposti a individuare i criteri di discernimento, a partire dalla Parola di Dio e dalle caratteristiche proprie delle nostre realtà ecclesiali. Siamo chiamati a offrire buone pratiche, a verifiche sapienti del tanto vissuto, anche per non ricominciare “sempre da capo”, che poi sappiamo come genera sconforto e aumenta la disillusione. Aspettiamo suggestioni concrete per scelte comuni necessarie ad offrire a tutti quel volto di Chiesa madre che Papa Francesco ha richiesto nel suo discorso di Firenze.

Il metodo sinodale – riprendere a parlare tra noi, dedicando tempo ad ascoltare e a riflettere – mostra la necessità di “pensieri lunghi”, capaci di dialogare con la realtà, di motivare parole ispirate che sappiano sapidamente parlare agli uomini e alle donne del nostro tempo. Il metodo sinodale favorisce la ripresa del dialogo, non solo nella comunità cristiana, ma a tutto campo nella società. Possiamo ricordare ancora quanto diceva Papa Giovanni Paolo II: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta» (Discorso ai partecipanti al Congresso Nazionale del MEIC, 16 gennaio 1982).

Il nostro cammino sinodale si inserisce e tiene conto del più ampio Sinodo universale, il Sinodo dei Vescovi, che ha vissuto la sua prima Assemblea Generale ordinaria lo scorso mese di ottobre (Roma, 4-29 ottobre 2023). Quanti di noi hanno partecipato come Vescovi o come esperti invitati, possono riferire di un clima di grande apertura e di arricchimento reciproco attraverso il dialogo e anche lo sforzo necessario per una comprensione reale dei problemi. Ho visto confermata la consonanza con buona parte dei temi emersi dalla consultazione delle nostre Chiese particolari. Ritengo importante il contributo originale che le Chiese in Italia possono offrire nel confronto con i delegati di altri contesti sociali ed ecclesiali differenti dal nostro. Il frutto della prima sessione sinodale, convogliato nella Relazione di sintesi, torna ora alle Conferenze Episcopali e alle Chiese diocesane, in modo che il processo possa proseguire nei vari livelli in vista della seconda sessione del Sinodo dei Vescovi in programma per il prossimo ottobre.

Abbiamo più volte ribadito l’importanza dell’apporto di tutto il popolo di Dio, dei laici, delle parrocchie, dei movimenti e di ogni tipo di associazione. Papa Francesco nell’Omelia di inizio Sinodo, lo scorso 4 ottobre, ha affermato: «Questo è il compito primario del Sinodo: ricentrare il nostro sguardo su Dio, per essere una Chiesa che guarda con misericordia l’umanità. Una Chiesa unita e fraterna – o almeno che cerca di essere unita e fraterna –, che ascolta e dialoga; una Chiesa che benedice e incoraggia, che aiuta chi cerca il Signore, che scuote beneficamente gli indifferenti, che avvia percorsi per iniziare le persone alla bellezza della fede. Una Chiesa che ha Dio al centro e che, perciò, non si divide all’interno e non è mai aspra all’esterno. Una Chiesa che rischia con Gesù. Così Gesù vuole la Chiesa, così vuole la sua Sposa».

In questo stesso spirito missionario è stato avviato anche il processo di riforma degli Uffici e dei Servizi della Segreteria generale della Conferenza Episcopale Italiana. La CEI è casa nostra e vogliamo che sia sempre più accogliente ed efficace nel suo servizio. L’obiettivo è quello di una struttura certamente più essenziale, snella e, per questo, più efficace nel supportare i Vescovi nel loro ministero. Siamo solo all’inizio del confronto fedeli ai principi che devono ispirare la riforma, missionarietà, sinodalità e diaconia. Ne abbiamo bisogno. Non si tratta di una mera riorganizzazione, ma del frutto di un percorso condiviso, in quel confronto che stiamo sperimentando in questi anni. Il tempo che abbiamo davanti ci vedrà quindi impegnati in questo compito improrogabile, nella consapevolezza che lungo il cammino potrebbe realisticamente essere opportuno compiere alcuni adeguamenti.

L’impegno per la tutela dei minori

Un altro punto, che porto alla vostra attenzione, riguarda la Tutela dei minori, che resta una delle nostre preoccupazioni principali. Per attuare le cinque linee di azione emerse dalla scorsa Assemblea generale (23-27 maggio 2022) è stata potenziata la rete dei referenti diocesani e implementata la costituzione dei Centri di ascolto, che ormai coprono l’intero territorio nazionale. La seconda Rilevazione sulle attività di tutela dei minori degli adulti vulnerabili nelle Diocesi italiane, che verrà consegnata in questi giorni, conferma l’impegno continuo delle nostre Chiese nel consolidare ambienti più sicuri per i minori attraverso la formazione degli operatori pastorali. Nelle équipe che affiancano i Servizi e i Centri di ascolto sono diverse centinaia gli uomini e le donne che impegnano la loro passione per la Chiesa e le loro competenze professionali in questo delicato servizio. Nei prossimi giorni, si terrà a Roma il Primo incontro nazionale dei referenti territoriali dei Servizi, che si concluderà sabato 18 novembre con la Celebrazione della Santa Messa, la preghiera in San Pietro e l’Udienza con il Santo Padre in occasione della III Giornata Nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi.

Sentiamo sempre come prioritaria l’accoglienza delle vittime, consapevoli che «solo l’ascolto vero del dolore delle persone che hanno sofferto questo crimine ci apre alla solidarietà e ci interpella a fare tutto il possibile perché l’abuso non si ripeta. Questa è l’unica via per passare dal sapere qualcosa sull’abuso sessuale al sentire, patire, conoscere e cercare di comprendere ciò che è realmente accaduto nella vita di una vittima, così da sentirci interpellati a un rinnovamento personale e comunitario» (CEI, Linee guida per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, 2019).

La Ratio dei Seminari

In questa Assemblea Generale ci occuperemo della formazione dei futuri preti con l’esame della Ratio nazionale per i Seminari. Il nostro confronto non deve essere ripiegato sul solo presente, ma richiede la profondità di un futuro in cui lo Spirito certamente ci suggerirà e ci ispirerà le scelte migliori per l’intero popolo di Dio.

Avviandomi alla conclusione – e mi scuso per la lunghezza – vorrei riservare una parola particolare proprio ai preti, ringraziandoli per la generosa dedizione all’edificazione del popolo di Dio. Più volte è stata segnalata la difficoltà di alcuni presbiteri a promuovere il Cammino sinodale ed entrare nelle sue dinamiche. È vero, non possiamo negarlo. È anche vero però che moltissimi si stanno invece impegnando e stanno offrendo un contributo essenziale per questo percorso.

Del resto, il desiderio di una Chiesa più evangelica, più dinamica e meno burocratizzata, è stato espresso unanimemente anche dai preti e i passi in questa direzione andranno a beneficio del loro indispensabile ministero, chiamati a presiedere nella comunione, a confermare i ministeri che daranno forma ed efficacia alle nostre comunità. Questo avviene, però, se arde il cuore nel petto per l’ascolto della Parola, se gli occhi si sono aperti nella presenza di Cristo nello spezzare del pane, se cerchiamo la prossimità con i tanti compagni di strada, anzi tutti i compagni di strada, ripartendo dal kerigma e dalla semplicità della nostra vita.

I preti italiani, nel complesso, hanno mostrato una dedizione di fronte ai cambiamenti e alle nuove sfide: hanno saputo uscire dalle istituzioni, come ci ha chiesto Papa Francesco, ma anche prendersene cura con i mutamenti necessari. Il diminuito numero dei preti può indurre a pensare in maniera pessimistica che il prete sia una figura del passato. Non è così! La figura e il ministero del prete sono decisivi nella Chiesa di oggi e nella Chiesa del futuro. Il popolo cristiano lo sa e ci tiene ai suoi preti e li cerca, come constato tante volte. Il prete è l’uomo del futuro, ispirato dal Vangelo e dal modello di Gesù: vive per gli altri, per la sua comunità, per i poveri, ma anche per coloro che sono lontani ed estranei al suo ambiente. La mia non è un’esaltazione retorica del prete, ma l’espressione della convinzione profonda della Chiesa, vorrei dire di popolo, sulla necessità del prete e sulla positività del suo ministero nella Chiesa in Italia, pur essendo tutti noi persone limitate e peccatrici.

Assieme al motivato grazie ai preti italiani per la loro fatica, esprimo la convinta speranza che nel futuro il ministero sacerdotale fiorirà nel contesto di una Chiesa-comunione. La sinodalità non toglie nulla al ministero, anzi lo richiede di più: qualcosa cambia, ma anche domanda di lavorare più con gli altri, meno soli e gravati di tanti compiti. Qui si comprende bene il significato del “presiedere”, che si esprime sommamente nella liturgia eucaristica, ma che si riverbera in tutta la vita comunitaria con il suo valore, spirituale, sapienziale e pastorale. In una Chiesa-comunione che sa promuovere tutte le vocazioni, presiedere non significa comandare: il prete è decisivo in una Chiesa di popolo, che parli alla gente del Vangelo di Gesù e che sia fermento nella storia del nostro Paese.

Parlando dei Seminari, manifestiamo la nostra fiducia nei preti di oggi e di domani, sapendo quanto la nostra speranza è legata ad essi. C’è santità tra i preti italiani. Lo mostrano i martiri recenti nel clero italiano, la cui santità è riconosciuta, come don Pino Puglisi o don Giovanni Fornasini, ucciso nel 1944, nella mia diocesi, dai nazisti. E faccio solo due esempi di come i preti sanno vivere con le persone, tra le loro gioie e le loro angosce. E se necessario anche morire. Ce lo ricordava Papa Francesco: «La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente. Di sé don Camillo diceva: “Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro”» (Incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa Italiana, 10 novembre 2015). Ecco perché la Chiesa tutta sceglie di vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto.

Conclusione

Nell’impegno di questi giorni ci aiuti San Francesco. Con le sue ammonizioni ci ricorda perché seguire Gesù nella sua strada: «Dove è amore e sapienza, ivi non è timore né ignoranza. Dove è pazienza e umiltà, ivi non è ira né turbamento. Dove è povertà con letizia, ivi non è cupidigia nè avarizia. Dove è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione. Dove è il timore del Signore a custodire la sua casa, ivi il nemico non può trovare via d’entrata. Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza. Beato il servo che accumula nel tesoro del cielo i beni che il Signore gli mostra e non brama di manifestarli agli uomini con la speranza di averne compenso, poiché lo stesso Altissimo manifesterà le sue opere a chiunque gli piacerà. Beato il servo che conserva nel suo cuore i segreti del Signore» (Fonti Francescane, nn. 177-178).

Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente Cei