A tutta la Chiesa che vive in Lamezia Terme, eletta secondo il piano stabilito da Dio Padre, mediante lo Spirito che santifica, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersa dal suo sangue: grazie e pace in abbondanza (cfr. 1Pt 1,1-2)

 

Carissimi fratelli e sorelle,

mentre ringrazio il Signore perché mi ha guardato con benevolenza e il Santo Padre Francesco che mi ha voluto chiamare al ministero episcopale, vengo a voi tutti – sacerdoti, religiosi e religiose, diaconi, seminaristi e fedeli laici in cammino nelle varie associazioni e comunità, nei gruppi, movimenti e itinerari di fede – con un forte ed appassionato abbraccio nel Signore. Se in questi ultimi due anni segnati dalla pandemia abbiamo vissuto l’isolamento forzato e la distanza nelle relazioni, il mio abbraccio desidera essere un segno di speranza, per il nostro “ricominciare”.

Viviamo per un abbraccio ed in un abbraccio, perché l’essenziale della vita è sentirci amati. Abbiamo bisogno, perciò, di riscoprire la fede come relazione: con Dio, con i fratelli, con la nostra realtà calabrese. Una fede incarnata che, oltre i formalismi, e il rischio di ridursi a pratiche esteriori, ci renda capaci di discernere la storia per trasformarla. Dovrà essere questa una “priorità” della Chiesa diocesana che vogliamo costruire insieme: “esserci” nelle trame umane della storia come comunità.

È nell’immagine di un abbraccio, allora, che vedo il presbiterio e contemplo la Comunità ecclesiale: sacerdoti, religiose e religiosi, catechisti, operatori pastorali, cristiani impegnati nella carità, insegnanti di religione e, in sintesi, tutti coloro che – come membra dello stesso corpo (cfr 1 Cor 12,12-27) – offrono il loro servizio nelle realtà parrocchiali. Un abbraccio che vuole raggiungere soprattutto gli ammalati ed i sofferenti, coloro che sono piagati nel corpo e nello spirito, i poveri e gli ultimi, chi ha perso il lavoro e chi non si stanca di lottare per la giustizia e, in particolare, i giovani di questa porzione di terra, che portano nel cuore sogni e speranze e rappresentano il futuro della società e della Chiesa.

Vengo a voi a braccia aperte per accogliervi e per dirvi che ci sarà spazio nella mia vita per voi tutti. A braccia aperte, e vuote di qualsiasi altra cosa, perché ogni mia cura e tutte le mie energie siano al servizio di questa porzione di Chiesa che, per sola grazia, mi è stata affidata. A braccia aperte perché rimanga sempre sgombro lo spazio per l’amore, per la verità e per la giustizia.

In particolare, vengo a voi a braccia spalancate, cari fratelli nel sacerdozio, religiosi e diaconi, per invitarvi ad affiancarmi nell’opera di testimonianza del Vangelo “perché la Parola del Signore faccia la sua corsa e sia glorificata (Cfr 2Ts 3,1). Vi invito non a essere le mie mani o la mia voce, ma a essere, con me, mani e voce di Cristo Risorto. E, insieme ai tanti fratelli e sorelle laici, allarghiamo le braccia gli uni verso gli altri, per essere presenza viva del Vangelo, che fa spuntare gemme di vita nuova per questa nostra terra. Sono certo che, in questo importante servizio, sarò e saremo accompagnati da tutte le persone di buona volontà e dalla collaborazione generosa delle Autorità civili, politiche e militari presenti sul territorio, che saluto con deferenza e fin da ora ringrazio. Con lo stesso afflato, il mio pensiero si estende a tutte le realtà religiose, culturali, sociali ed economiche qui presenti.

A voi vengo, altresì, nella consapevolezza di essere un frammento di una lunga tradizione di cultura e di fede che nella terra lametina ci precede, ci sostiene e ci accompagna. Cosciente di questo, intendo inserirmi come un piccolo segno in un progetto più grande, custode di un patrimonio esigente ed affascinante del quale hanno fatto parte, nel recente passato, i fratelli vescovi Luigi Antonio Cantafora e Vincenzo Rimedio: a loro giunga il mio fraterno saluto. Con animo grato saluto Mons. Giuseppe Schillaci che, con la sua mitezza, ha inciso nel cuore di questa Diocesi un sigillo indelebile. E saluto con affetto il Presidente S. Ecc.za Mons. Fortunato Morrone e gli Arcivescovi ed i Vescovi della Conferenza Episcopale Calabra con i quali mi adopererò a lavorare in comunione fraterna e unicamente per il bene di questa nostra amata terra.

Rivolgo un pensiero di affettuosa gratitudine alla mia arcidiocesi di Crotone – Santa Severina, dove sono nato e ho maturato la fede, la vocazione, la formazione umana, spirituale e culturale. Qui ho avuto la grazia di essere toccato dal fascino della Parola di Dio che è stata, tra le altre, la traccia più forte ed eloquente da seguire, e con la quale oggi mi consegno a voi.

Cari fratelli e sorelle nella fede, da oggi preziosa eredità a me affidata, vengo come fratello e come pastore, chiedendovi con umiltà di camminare con me, in un autentico cammino sinodale, seguendo le orme (Cfr 1Pt 2,21) che il Crocifisso Risorto ha impresso nella storia: sono tracce di vita, sono semi di speranza. I nostri Santi Patroni Pietro e Paolo possano guidare i nostri passi con il loro esempio di uomini rigenerati dalla grazia e dalla misericordia di Dio.

Infine, contemplo la bellezza di Maria, la Madre di Dio e, mentre mi perdo nella limpidezza dei suoi occhi e nella sobrietà dei suoi lineamenti, mi lascio abbracciare, insieme con voi, dal suo sguardo.

Anche il Signore volga il suo volto verso l’amata Chiesa lametina e ci dia ancora grazia e pace, per “essere a servizio gli uni degli altri mediante la carità” (cfr Gal 5,13)

 

Crotone, 7 maggio 2022

Vostro, don Serafino Parisi