Nella Quaresima scorsa, don Manuel Belli ha guidato i suoi iscritti al suo canale YouTube “Scherzi da prete” in un percorso teso ad imparare un metodo di preghiera basato sugli esercizi spirituali di Sant’ Ignazio di Loyola.
Papa Leone XIV, qualche giorno fa, di ritorno dal viaggio in Turchia e Libano, ha risposto alla domanda di un giornalista indicando un testo, La pratica della potenza di Dio di fratel Lawrence, per invitare a capire qualcosa di lui, il fondamento della sua spiritualità. In questa breve raccolta di conversazioni e lettere, si possono leggere molte indicazioni su come vivere “alla presenza di Dio”, vi è spiegato un altro metodo insomma.

Nel rispondere alla domanda che è all’origine di questo mio scritto, Che importanza dai a chi ti insegna a pregare?, ho riflettuto su questi due esempi iniziando poi a ripensare a come io abbia imparato a pregare.E se il primo pensiero è andato alle anziane della mia parrocchia col loro puntuale Rosario prima della messa vespertina, seguito, immediatamente dopo, dal ricordo delle preghiere imparate grazie alla mia prima catechista, una anziana insegnante in pensione capace di trasmettere con i suoi capelli bianchi una fede vissuta in prima persona e non letta, spiegata e colorata con le schede scaricate da Qumran, ho capito che ho imparato a pregare anche e soprattutto da ciò che ho visto fare ai sacerdoti che ho avuto modo di incontrare fin qui.

Trovare in chiesa il parroco seduto ad un banco, da solo, in silenzio, davanti al Tabernacolo, per molto tempo, con un’espressione man mano più serena, mi ha fatto intuire che bisogna trovare il tempo per fermarsi a dialogare con Dio, senza fretta e a cuore aperto. Quando pregava la Liturgia delle ore, camminando lungo il corridoio della navata centrale, nel ricordarmi la celebre scena di don Abbondio nel primo capitolo de I promessi sposi,il don mi colpiva per il suo essere “altrove”: quasi non notava ciò che avveniva intorno tanto era concentrato! Eppure, spesso, nelle due navate laterali, eravamo impegnati nei nostri incontri di catechismo, quando ancora non c’era che l’idea dell’Oratorio parrocchiale.

Nel paese vicino, dove spesso andavo con mia nonna per una delle innumerevoli messe in suffragio dei nostri parenti, una scena simile la vedevo con un ragazzo, allora in cammino, oggi sacerdote da diversi anni, che recitava talvolta in silenzio i Vespri da solo o accompagnato dal parroco, quando questi riusciva a terminare di confessare i fedeli che erano lì “per l’occasione”, alla cui cura si dedicava con particolare attenzione, visto che non era semplice vederli alle funzioni domenicali. Anche quel ragazzo era lì, ma non completamente, come se quel libro, misterioso allora per me, tra le sue mani fosse una sorta di portale di comunicazione verso un mondo diverso.
Da altri sacerdoti  ho imparato la potenza dei segni e del silenzio nelle adorazioni: la penombra, l’incenso, un lumino o un piccolo scritto su un semplice post-it da deporre all’altare, un Adoro te devote cantato in ginocchio, un altare ben curato e non pacchiano…

Un altro ancora mi ha fatto scoprire l’utilità della meditazione mattutina e l’efficacia della riflessione camminando in mezzo alla natura, indicazioni percepite da lontano, talvolta solo da uno stato pubblicato su whatsapp al mattino presto.
“Predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con la parola” diceva San Francesco nell’inviare i suoi fraticelli: è ciò che hanno fatto queste persone con me in questi anni.
Dal loro atteggiamento, dal loro sforzo, dal loro metodo, vissuto, praticato e incarnato, è scaturito il mio modo di pregare, cambiato man mano nel tempo per osmosi, attraverso il contatto con le loro esperienze.
Oggi conosco tanti mondi diversi, dal cammino neocatecumenale a quello del rinnovamento, dall’adorazione di Taizé alla processione aux flambeaux di Lourdes, dai canti con testi improbabili della tradizione dialettale alle melodie semplici e pulite che scandiscono la preghiera comune delle comunità monastiche dalle lodi alla compieta; il “mio” modo di pregare nasce però soprattutto da ciò che ho visto e vedo fare dai sacerdoti.

Ed una volta di più, nel riflettere su questo, ho avuto modo di constatare quanto siano importanti l’esperienza e, soprattutto, l’esempio di quanti in virtù della loro risposta ad un servizio più radicale nel Regno, rispondono quotidianamente, serenamente e responsabilmente con la loro vita a questa chiamata, attingendo forza oltre che dai sacramenti dal dialogo costante, filiale e fiducioso con Dio.

 

VeronicaVaccaro, catechista

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